Pechino spera di appianare le divergenze commerciali con gli Stati Uniti attraverso il dialogo. Ma “non resterà a guardare lasciando che i suoi legittimi diritti e interessi vengano danneggiati”. Lo ha dichiarato questa mattina il ministero del Commercio cinese, commentando la notizia dell’imminente arrivo di una nuova tornata di tariffe “made in Usa”. Le prime dirette esclusivamente contro la seconda economia mondiale con l’obiettivo di vendicare il presunto furto di proprietà intellettuale subito dalle aziende americane operanti oltre Muraglia, come previsto dalla Sezione 301 del Trade Act del 1974. Il tutto mentre lo shopping aggressivo condotto dalle aziende cinesi oltremare ha già spinto l’amministrazione Trump a valutare un potenziamento del Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS), la commissione incaricata di valutare le ripercussioni delle acquisizioni straniere negli States.

Stando alle indiscrezioni trapelate sui media internazionali il valore delle tariffe – che potrebbero arrivare a colpire 100 differenti tipologie di prodotti dall’elettronica all’abbigliamento – ammonterebbe ad almeno 50 miliardi di dollari. Se così fosse, la Cina “assumerà tutte le misure necessarie a difendere risolutamente i propri legittimi diritti e interessi”, fanno sapere da Pechino auspicando tuttavia una soluzione win-win. Proprio in queste ore il gigante asiatico ha incassato una semivittoria in sede Wto dopo che mercoledì l’organizzazione internazionale ha bacchettato Washington per non aver corretto le stime sulle sanzioni antissussidi imposte contro la Repubblica popolare, come richiesto nel 2012. Prova di come gli Stati Uniti facciano un uso sconsiderato delle misure correttive in chiave protezionistica, sottolineano le autorità cinesi. Martedì, in chiusura all’Assemblea nazionale del popolo, il premier Li Keqiang ha promesso una maggiore apertura del mercato locale (settore manifatturiero compreso) ventilando inoltre la riduzione delle tariffe sulle importazioni.

Se davvero Trump firmerà l’ordine, per la Cina sarà l’inizio di una guerra commerciale, commenta l’ex viceministro del Commercio Wei Jianguo. E malgrado il presidente statunitense la ritenga “una buona cosa” e “facile da vincere”, gli analisti sono piuttosto concordi nel sottolineare l’esistenza di rischi reciproci.  Secondo il Wall Street Journal ,  Pechino avrebbe già al vaglio una serie di possibili ritorsioni. A venire penalizzato sarà probabilmente l’export statunitense di suini vivi e prodotti agricoli – soprattutto soia e sorgo – che lo scorso anno ha raggiunto i 19,6 miliardi di dollari, di cui 12,4 miliardi solo grazie alla soia, prodotto di punta dello Iowa, stato che ha sostenuto Trump alle presidenziali nonché feudo politico dell’attuale ambasciatore statunitense in Cina Terry Branstad. Ma non è escluso che Pechino decida di espandere il raggio d’azione andando a colpire noti brand (dall’Harley-Davidson alla Levis), l’industria aeronautica (rimpiazzando i Boeing con gli Airbus) e il settore dei servizi (limitando il flusso di studenti e turisti cinesi sull’altra sponda del Pacifico), o persino ricominciando a svalutare il renminbi per difendere il proprio export. Senza contare che ci sono ancora in ostaggio centinaia di miliardi di dollari di accordi siglati durante la visita di Trump oltre Muraglia ancora in attesa di essere conclusi.

Ne vale veramente la pena? Sono in molti a ritenere che il progressivo affrancamento dell’economia cinese dalle esportazioni ridimensionerà consistentemente l’impatto della manovra messa in atto da Washington. Secondo una simulazione realizzata dall’Oxford Economics, tariffe del 25% applicate su prodotti cinesi per 60 miliardi di dollari, ridurrebbero la crescita cinese di circa 0,1 punti percentuali quest’anno e un po’ meno l’anno prossimo. Il prezzo per gli Stati Uniti sarebbe di poco inferiore. “Il rischio principale è che non si esaurisca tutto con questo modesto scenario di base”, ha affermato Louis Kuijs, economista della World Bank, “potrebbero seguire altre misure e rappresaglie, tanto da innescare un’escalation. I danni collaterali percepiti dalle altre economie saranno significativi e potrebbero complicare ulteriormente le tensioni commerciali”. L’economia mondiale vedrebbe volatilizzarsi 470 miliardi di dollari.

L’annuncio delle tariffe arriva mentre le due superpotenze sono in trattative per raddrizzare la bilancia commerciale (che pende a favore della Cina). Il piano proposto da Washington prevede un taglio del surplus cinese per un valore di 100 miliardi di dollari, pari a oltre un quarto del totale. Obiettivo da raggiungere idealmente attraverso un incremento delle esportazioni americane oltre la Muraglia. Ma difficilmente una penalizzazione aggressiva del “made in China” faciliterà le trattative.