Lo straordinario discorso di Nicholas Ferrante, militante Pd irpino che è intervenuto all’assemblea di Sinistradem, l’associazione dell’area cuperliana, è una scudisciata in mezzo agli occhi dei dirigenti del Partito democratico. Ferrante, in pochi minuti, ha condensato una tale serie di uno-due per il proprio partito da mettere al tappeto l’intero Gotha dei notabili. E lo ha fatto colpendo non solo il livello nazionale, ma anche il livello locale, che – come sostiene Ferrante – al Sud è fatto da signori delle tessere, da strategie di riproduzione di una classe dirigente immarcescibile che propone le stesse facce e gli stessi nomi da una vita. Il suo discorso è sembrato quello del buon senso, per chi si dice di sinistra.

Un discorso però sempre più alieno a una classe dirigente rappresentata icasticamente da Matteo Renzi e dai suoi, barricati dietro la porta blindata del Nazareno, nell’ufficio che fu di Luigi Lusi e a cui si accede solo con un codice, a decidere verticisticamente le candidature. Un discorso, si diceva, di buon senso, che però fa fatica a passare in un mondo, quello dei politici, sempre più avulso dalla realtà, figuriamoci dai contesti locali e dalla provincia profonda. Ci dice qualcosa, di questa dissociazione, di questa rottura totale della connessione sentimentale col popolo, lo stupore con cui i dirigenti del partito hanno accolto l’esito elettorale, o meglio quelle analisi volte a dimostrare come il Pd sia sempre più il partito delle élite e dei quartieri bene delle città metropolitane.

Video di Manolo Lanaro

Là dove, come a Bagnoli, votavano in massa Pci, hanno votato Cinquestelle. E non, come dice Ferrante, perché l’elettorato non ha capito. Ricordo un titolo di Lercio che diceva “Padoan ascolta i discorsi di un italiano medio al bar: raggiunto il pareggio di bilancio”. Certo, si dirà, ecco il qualunquismo: matrice culturale del grillismo. Eppure lo scollamento tra la gente e i dirigenti è oggi quanto mai netto, proprio perché questi ultimi si sono chiusi nelle stanze e davanti ai pc o coi telefonini in mano a compulsare il like piuttosto che ascoltare le persone. Gerardo, l’operaio di Pomigliano che qualche tempo fa parlava a Propaganda live, può su questi temi di certo dare lezione al ministro dell’economia.

Ma allora cosa c’è che non va? C’è che il militante irpino è finito su tutti i giornali, ha ricevuto interviste, migliaia di condivisioni sui social. Una buona cosa, certo, ma per chi ha seguito l’ascesa di alcuni dirigenti politici negli ultimi anni, una cosa che mette qualche brivido. E non si tratta qui di muovere critiche a un giovane animato da tanta passione e che dice coraggiosamente cose giustissime, e che nessuna “colpa” ha se in queste ore è diventata una celebrità. Si tratta invece di fare un discorso più generale, di ragionare cioè sulla trasformazione “warholiana” della vita pubblica (in ogni settore, sia chiaro), che magicamente fa sì che dal quarto d’ora di celebrità si passi a carriere a volte luminose quanto evanescenti.

Tutti ricorderanno la resistibile ascesa di Debora Serracchiani, lanciata da un discorso di pochi minuti a un’assemblea del proprio partito in cui ne aveva un po’ per tutti i vecchi dirigenti. O ancora, il giovane che criticò aspramente la ministra Maria Elena Boschi a Catania e il cui video ebbe lo stesso destino di quello di Ferrante, tanto da garantire ad Alessio Grancagnolo, lo studente in questione, condivisioni social, un invito a parlare nientemeno a un’assemblea di Libertà e Giustizia sulla Costituzione assieme a Settis e Zagrebelsky, passaggi in tv e alla fine una candidatura con Claudio Fava in Sicilia.

Insomma, se il problema è la mancata connessione sentimentale tra popolo ed élite, la risposta non è certo quella di produrre instant celebrities da invitare in tv, o di misurare l’appeal della dirigenza sulla base dei followers, oppure di trasformare la politica in un casting (o in uno streaming). Prendere sul serio la democrazia significa costruire percorsi solidi in cui si emerga per una visione, per delle competenze, per un trascorso. E riuscire a produrre consenso tra la gente. Che va ascoltata, ma poi c’è bisogno di persone, élite scelte con metodi trasparenti e non self-appointed. Non si sente il bisogno di Re per una notte che prendano ancora in ostaggio il paese.