A Torino la maggioranza M5s di Chiara Appendino è in fibrillazione per delle Olimpiadi che sicuramente avranno come unica candidata italiana Milano (in Piemonte si disputerebbero al massimo un paio di discipline minori), e forse non si faranno mai in Italia. Nonostante la determinazione (per i suoi detrattori, quasi un’ossessione) di Giovanni Malagò di riportare i Giochi nel nostro Paese, non siamo noi i favoriti per l’edizione invernale del 2026. E c’è una data, segnata in rosso sul calendario e anche piuttosto vicina, in cui si deciderà tutto o quasi: il 10 giugno.

Quel giorno in Svizzera dovrebbe tenersi un referendum sulla candidatura di Sion: la cittadina del Canton Vallese, 30mila abitanti a due passi dalle grandi vette delle Alpi, sarebbe la favorita d’obbligo, quasi vincitrice annunciata, della corsa alla 25esima edizione invernale. Per due ragioni: la Svizzera non ospita i Giochi da 70 anni (Saint Moritz 1948) e ha un credito aperto al Cio, visto che Sion si era già candidata nel 2006, perdendo proprio contro Torino per i soliti accordi politici dell’ultimo momento. Difficile che possa essere battuta una seconda volta, e di nuovo dall’Italia: sarebbe una beffa troppo grande.

Il punto, però, è che sull’esito del voto ci sono enormi incognite: negli ultimi anni in tutte le consultazioni popolari ha sempre vinto il “no”, da Oslo a Cracovia a Monaco di Baviera, con un precedente anche a Saint Moritz (per l’edizione 2022, finita a Pechino). Certo, la Svizzera è un Paese particolare e potrebbe anche decidere in controtendenza: di recente, ad esempio, i cittadini hanno detto al canone per la tv di Stato. Ma gli ultimi sondaggi non sono particolarmente incoraggianti (i contrari sfioravano il 60%) e poi è notizia dell’ultima ora che la Camera bassa del Parlamento vorrebbe estendere il referendum a tutta la nazione (invece che solo al Canton vallese), decisione che di fatto affosserebbe definitivamente la candidatura dal momento che non sarebbe possibile votare prima di metà 2019.

È così che nasce l’idea italiana. Thomas Bach, grande capo dello sport mondiale, è terrorizzato dall’idea di ritrovarsi di nuovo senza Paesi ospitanti (come successo per il 2022, quando le Olimpiadi hanno rischiato di finire davvero nella sperduta Almaty, in Kazakhstan). Per questo sta lusingando l’“amico” Malagò, lasciandogli intravedere la possibilità di ospitare i Giochi invernali. È disposto ad aspettare che lo stallo politico si sblocchi e nasca il nuovo esecutivo (serve il via libera di Palazzo Chigi), e a derogare alla norma che impedisce al Paese che ospita la sessione Cio in cui si annuncia la città dei Giochi di essere anche in corsa per la vittoria finale (del resto dopo la doppia assegnazione Parigi 2024 – Los Angeles 2028 sono saltati tutti gli schemi).

Al Foro Italico ci credono davvero. Ma non bisogna sopravvalutare questi buoni rapporti, che già a Pyeongchang sono stati delusi: Armin Zoeggeler si era candidato come membro Cio in quota atleti, ma nonostante Malagò si fosse speso personalmente in campagna elettorale, la leggenda dello slittino azzurro è stata battuta da una serie di carneadi e Bach non ha voluto ripescarlo. Uno smacco, insomma, che ridimensiona il peso internazionale dell’Italia.

Per il Cio Milano è un piano B, o quantomeno una delle opzioni in campo. Perché il gran rifiuto di Virginia Raggi a Roma 2024 è una ferita ancora aperta, e il precedente di Torino 2006 un po’ troppo vicino (una delle tante ragioni per cui il Coni ha già scelto di candidare Milano, evitando il bis in Piemonte). E poi i membri Cio si eviterebbe volentieri un’altra violazione del protocollo della sessione Cio. Purché ci sia un’alternativa credibile, però: dopo Sochi, Pyeongchang e Pechino, i Giochi devono tornare in una località rinomata in Occidente (il Giappone con Sapporo pare tagliata fuori), meglio se in Europa (ma potrebbe andar bene anche il Canada con Calgary). Quindi occhio anche alla Scandinavia: se si candidasse Stoccolma (e rinunciasse all’idea strampalata di fare le gare di bob in Lettonia per mancanza di una pista propria) probabilmente sarebbe davanti all’Italia nelle gerarchie del Cio. E prima ancora c’è Sion, che decide il 10 giugno. Per essere solo delle riserve, tanto vale rinviare di un paio di mesi ogni discussione, ed eventuali crisi politiche connesse.

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