Il primo candidato alla segreteria del Pd dopo il disastro elettorale e le dimissioni di Matteo Renzi è Nicola Zingaretti, l’unico nel partito ad aver vinto qualcosa, le Regionali del Lazio. “Io ci sarò – dice il governatore in un’intervista a Repubblica – Anche alle primarie, non escludo nulla”. Il modello è l’Ulivo, aggiunge, e auspica un congresso “aperto e unitario” il cui tema dovrebbe essere “l’articolo 3 della Costituzione”, quello dell’uguaglianza. “La mia parola è rigenerazione: non solo del Pd, ma di tutta la sinistra. E senza accordi calati dall’alto, ma aprendo un grande confronto, vero e forte”, dice raccogliendo subito l’appoggio di Sergio Chiamparino, anche lui pronto a candidarsi, e di Andrea Orlando. “Credo che per il Pd questa sia una buona notizia”, ha detto il guardasigilli, commentando anche l’ipotesi di candidatura di Carlo Calenda: “Più ipotesi sono in campo meglio è”.

Da parte sua il ministro dello Sviluppo Economico, parlando al circolo Pd di Roma centro, ha escluso l’ipotesi di candidarsi segretario. “Sono iscritto da tre giorni, sarei un buffone“, sostiene, ribadendo però la sua idea su un possibile accordo con il Movimento 5 stelle: “Facciamogli fare un governo – dice – dura due mesi. Ve lo dice chi ha provato a lavorare con la Raggi“.

Ma anche per Zingaretti il Pd deve rimanere all’opposizione in Parlamento: “Non siamo stati noi a deciderlo, ma gli elettori. Chi ha vinto provi a governare”. Questo si mescola un po’ anche ai suoi destini, visto che in consiglio regionale non ha una maggioranza autonoma e dovrà chiedere “collaborazione” alle minoranze (e se ne intravede una proprio con i Cinquestelle). In Regione “fisserò quattro punti: rifiuti, sanità, fiscalità e sviluppo economico. Se ci stanno, bene” altrimenti “non sono attaccato alla poltrona. Arriverei più libero al congresso del Pd”. Nell’intervista Zingaretti parla anche del possibile “effetto Montalbano”: “Diciamo che sono il fratello di un attore amatissimo che mi ha sempre aiutato in ogni campagna elettorale. Noi Zingaretti offriamo un’idea di famiglia molto unita e molto italiana”.

Nonostante le smentite del diretto interessato, però, a sfidare Zingaretti potrebbe essere proprio Calenda. Almeno secondo il Corriere della Sera, che racconta come i padri nobili del Pd abbiano deciso: Romano Prodi, Walter Veltroni e Paolo Gentiloni ritengono che l’uomo adatto a guidare il partito uscito dalle elezioni con il 18% è il ministro dello Sviluppo Economico. Un’operazione che avrebbe bisogno dell’appoggio di nomi di peso come quello di Dario Franceschini e che dovrebbe comunque fare i conti con le mosse di Matteo Renzi il quale, prosegue il quotidiano di via Solferino, potrebbe appoggiare Graziano Delrio. La candidatura di Calenda non deve sembrare calata dall’alto, è la raccomandazione dei padri nobili, quindi la soluzione potrebbe essere passare per congresso e primarie.

Anche per questo motivo il diretto interessato smentisce l’ipotesi – oltre che al circolo Pd di Roma – anche su twitter. “Letti @Corriere e @ilmessaggeroit. Ieri ho lavorato sull’Ilva e Piombino. Non ho parlato con alcun padre nobile del Pd. Ho detto più volte che considererei poco serio fare il segretario di un partito di cui ho preso 3 giorni fa la tessera ! Oggi alle 18 vado a presentarmi al mio circolo”.

Ma nel Pd oggi parla anche il ministro dell’Interno Marco Minniti che arriva a dire che il rischio può essere un “collasso” del principale partito della sinistra. “Il colpo subito dal Pd diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino – ragiona con la Stampa – C’è una drammatica fibrillazione del cuore pulsante della sinistra riformista: Emilia-Romagna, Umbria, Marche, in parte in Toscana. Tutto questo non era mai accaduto e significa che la fibrillazione del cuore riformista può alludere ad un collasso. Ancora non ci siamo, ma il rischio vero si chiama irrilevanza politica del Pd. Per la prima volta il rischio di non farcela sta diventando consistente”. Ma sul governo “non ricordo un partito che, dopo aver perso le elezioni, si sia affrettato a discutere di alleanze: si tratta di una questione che interpella chi ha vinto e non chi ha perso”. “Se un partito, dopo 5 anni di governo, passa dal 25 al 18,7%, è evidente che gli elettori non ti hanno incoraggiato a continuare. Sarebbe una serafica strafottenza ignorarli. E se lo fai, il loro voto lo perdi per sempre. Il nostro compito è discutere delle ragioni di questa sconfitta“. “Non abbiamo fatto i conti con due sentimenti forti nelle moderne democrazie: da una parte la rabbia degli esclusi (i giovani e non solo loro), dall’altra la paura di ceti importanti della società”, osserva Minniti. “Sentimenti che abbiamo visto crescere e che una forza riformista, senza assecondarli, deve saper interpretare: superando la rabbia e liberando dalla paura“.

Oggi fa sentire la propria voce anche Giuseppe Sala: “Possiamo essere soddisfatti per il risultato elettorale a Milano e, al contempo, dobbiamo essere consapevoli che il miglior contributo che possiamo dare alla sinistra e al Paese è proseguire ancora meglio nel governo della nostra città”, scrive su Facebook il sindaco di Milano. “Accanto alla riconferma delle linee guida della nostra azione e dei suoi interpreti, è necessaria una riflessione condivisa sulla situazione politica generale e sul contributo che l’esperienza milanese può dare in questo momento. A questo proposito ho fissato con i miei assessori un incontro che si terrà venerdì 16 nel pomeriggio”, aggiunge Sala.

Nel mondo della sinistra, tra l’altro, si aggiunge anche l’analisi di Susanna Camusso, segretaria della Cgil. “Che tra gli operai delle fabbriche del nord iscritti alla Cgil ci fosse chi votava Lega lo sapevamo da tempo – dice a Repubblica – la novità è che c’è un’altra quota di nostri tesserati che non si astiene più e che vota per i Cinquestelle”. Camusso parla di una “sconfitta brutale subita dalla sinistra”, alla vigilia dell’avvio dell’iter congressuale che porterà al ricambio del vertice del sindacato, dando un contributo alla necessaria “ricostruzione di una sinistra”. “Non c’è alcun voto contro la Cgil, anzi ne esce confermata la nostra capacità di tutela al di là e oltre gli schieramenti politici” spiega la segretaria. Tuttavia “chi ha votato M5s ha votato anche per il reddito di cittadinanza, per una nuova forma di assistenza. Ecco: in questa richiesta c’è un messaggio anche per il sindacato. C’è una parte crescente di popolazione che non trova protezione e il mondo del lavoro in generale si sente isolato senza più rappresentanza politica”.