Anche nell’ultima serata, poco propensa di solito all’invenzione (troppa tensione, troppe cose da fare), la cosa migliore viene dalla regia. E’ un’inquadratura, una scelta di scrittura televisiva che vale da sola il canone, è il piano-sequenza che segue Laura Pausini durante la sua seconda esibizione canora. La cantante a sorpresa scende dal palco, si incammina lungo uno dei corridoi, arriva nel foyer e infine esce fuori dall’Ariston su corso Matteotti, mentre la telecamera non la molla mai, tutto senza uno stacco. Non ricordo cosa stesse cantando – con le canzoni della Pausini è normale- ma il pezzo di tv è da antologia.

Se la regia è da Oscar, non condivido l’entusiasmo per l’interprete: la solita Pausini sentimentale, sospirosa, carica di un pathos che non si capisce mai da dove venga, cosa riguardi. Ma io di musica non capisco nulla, quindi lasciamo perdere e diciamo due parole su un tema che ogni anno si pone: quanto Sanremo, le sue canzoni, i suoi premi rispecchino il mondo, la società in cui viviamo con i suoi problemi più veri.

Mi pare che quest’anno non si possa rimproverare il festival di indifferenza o vanità. Sia tra i campioni che tra i giovani (forse ancor più tra questi ultimi) i grandi temi ci sono tutti: terrorismo, migrazioni, integrazione. C’era anche l’emergenza congiuntivo che alla fine è passata un po’ in sordina. Peccato, perché la canzone era proprio carina e anche la sua messa in scena. Ma si sa quella del congiuntivo era un’emergenza quando li sbagliava Di Maio. Ora che non li sbaglia più, l’emergenza è finita e il bravo Lorenzo Baglioni se ne è dovuto fare una ragione.

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