Quarta serata del Festival di Sanremo 2018, quella dei duetti, in teoria la più interessante musicalmente. Così è stato, nonostante la lunghezza. Oltre agli ospiti, infatti, si sono esibiti venti campioni e 8 giovani in gara. C’era il rischio di lambire Uno Mattina, e non ci si è andati tanto lontani. Ma veniamo al meglio e al peggio.

Il peggior momento musicale: Facchinetti, Fogli e Ferreri. Il brano dei duequinti Pooh era già di per sé discutibile, per via soprattutto di una ricerca forzata di complicità tra i cantanti. Però almeno il messaggio, rapportato con la storia personale e artistica dei due, rappresentava qualcosa di coerente, quindi il pezzo recuperava così una parvenza di autenticità. Con Giusy Ferreri è crollato tutto: una delle voci più artefatte della musica italiana, che peraltro di vita vissuta per risultare credibile ragionando sul “segreto del tempo” ne ha ben poca (nel senso che è piuttosto giovane: è un complimento). Era difficile trovare un’artista meno adatta, ci sono riusciti. Il momento peggiore.

Il miglior momento musicale: Ron e Alice. Il brano è d’autore, per com’è scritto e per chi l’ha scritto, e Alice abita agevolmente questo genere. I due non hanno cantato solo la canzone più bella di Sanremo 2018, hanno cantato anche la delicatezza che t’inchioda all’ascolto senza fare pagliacciate. Forse vincerà la “piacioneria” de Lo Stato Sociale, o la festivaliera retorica di Moro e Meta, ma la raffinatezza di scrittura di Dalla cantata da Ron si piazza in un posto dove le altre due non potranno mai arrivare: in quel punto, descritto da Baglioni e Vecchioni nel corso di queste serate, in cui ci sono le canzoni senza gravità, arte povera e fragilissima, eppure a volte non frangibile dal tempo. E forse questa canzone ha proprio la caratteristica che oramai i brani di Sanremo non hanno quasi più: la capacità di “restare” e batterlo, il tempo.

A domani.