Ogni giorno, 5 milioni e mezzo di persone prendono un treno per spostarsi nel nostro Paese. Di questi, 2,8 milioni usufruiscono del trasporto ferroviario regionale che, in base alla riforma del Titolo Quinto della Costituzione del 2001, compete all’ente Regione. Nel 2017 il numero dei pendolari del treno è aumentato di 11 mila unità.

Il numero di viaggiatori al giorno dal 2011 al 2017 è aumentato del 79,8% in Emilia Romagna, del 72,5% nelle Marche e del 38,5% in Puglia. Particolarmente significativo il dato della Provincia autonoma di Trento con un aumento del 103,3%. Di contro, è calato in Sicilia, in Campania del 40,3% e in Piemonte del 18,4%.

Il Rapporto Pendolaria di Legambiente 2017 contiene questi e molti altri dati e soprattutto restituisce l’immagine di un Paese che “in treno viaggia sempre più a velocità differenti, Con prospettive, problemi e speranze molto diverse, che cambiano da regione a regione e a volte nelle stesse città a seconda delle linee”. Mentre aumenta significativamente l’offerta dei treni tra Salerno, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino e Venezia, sulla dorsale tirrenica, con una fiammante flotta alta velocità di recente fabbricazione, tanto da mandare fuori mercato persino i voli low cost Milano-Roma, cala l’offerta Intercity e l’offerta al di fuori della costosa Alta Velocità, in particolare al Sud.

Minori le risorse stanziate dallo Stato soprattutto dalla finanziaria del 2010 varata dal governo Berlusconi. E’ significativo che dal 2009 i passeggeri siano aumentati dell’8,5% e contemporaneamente le risorse statali per il trasporto regionale si siano ridotte del 22,7%. A pagare il prezzo maggiore sono state proprio le regioni del Sud, che già partivano con numeri minori di treni in circolazione e che hanno assistito a ulteriori riduzioni sull’offerta in assenza di alternative. Queste regioni, infatti, in molti casi non sono state e non sono nelle condizioni di rimediare al taglio di risorse provenienti dal governo centrale. A cui hanno risposto con tagli ai servizi e alle offerte e contemporaneamente con aumenti delle tariffe. Rimane il fatto che in tutto il Sud si spostano quotidianamente meno treni regionali che nella sola Lombardia.

L’età del materiale rotabile passa da una media di 13,3 anni al Nord a una media di 19,2 al Sud. Oltre che vecchi, i treni del Sud sono anche più lenti con casi eclatanti come i collegamenti Cosenza-Crotone (3 ore per 115 km), Ragusa-Palermo (4 ore e mezza con un cambio) Siracusa-Trapani (10 ore e 57 minuti con tre cambi e un passaggio in bus). Eppure, secondo il Rapporto, cresce la voglia di treno soprattutto dove cresce l’offerta di servizi nuovi ed efficienti. E questo accade anche al Sud.

Ben vengano dunque gli investimenti a supporto delle capacità finanziarie esigue delle Regioni anche considerando i benefici ambientali e sociali del trasporto ferroviario rispetto alle altre modalità. Resta il fatto che il trasferimento dei poteri sul servizio ferroviario alle regioni ha aumentato le differenze nel Paese. Ne parlino dunque i partiti in campagna elettorale: sono anche questi gli effetti delle politiche attuate negli ultimi decenni.

Infine, le regioni hanno trascurato le necessità dei pendolari anche nel 2016, stanziando una media dello 0,35% del bilancio per le loro esigenze. E scopriamo che mentre alcune Regioni arrivano a investire cifre cospicue, come la Toscana, la Campania, le province autonome di Trento e Bolzano, altre regioni lo scorso anno non hanno investito neanche un euro, sia in servizi sia in materiale rotabile (la tabella è riportata a pagina 22 del Rapporto Pendolaria 2017). Parliamo della Sardegna, della Basilicata, delle Marche, della Puglia, della Calabria, del Molise.

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