Gabriele Micalizzi: “Le riviste non vogliono raccontare la guerra. Vogliono ‘storielle’ collaterali” – “Faccio questo lavoro da dieci anni, ho seguito i conflitti a Mosul, sia all’inizio che alla fine. Sono stato tra i primi ad andare a Raqqa. Due guerre diverse in territori diversi. Ho coperto vari tg, da La7 al Tg5, faccio anche foto e video. I lavori nel tempo sono sempre meno, si produceva di più quando c’era più budget. La tendenza oggi è di fare i freelance sul posto”. Gabriele Micalizzi è un fotogiornalista tra i fondatori di Cesura, collettivo di fotografi indipendenti del quale faceva parte anche Andrea Rocchelli, ucciso a Sloviansk, in Ucraina, insieme ad Andrej Mironov il 24 maggio 2014. “Non lavoro con le grosse agenzie, perché una volta arruolato cedi a loro i diritti delle tue foto. Glieli vendi e non sono più tue, finito. Una cosa che per me snatura il mio lavoro. Sono lontani i tempi d’oro della Magnum, quando i diritti delle foto rimanevano a chi le aveva fatte”. E se una delle grandi agenzie ti facesse un contratto? “Direi di no. Ci ho già lavorato, ma avevo firmato solo perché le foto rimanevano a me”. Oggi però le cose sono cambiate. “Anche il New York Times compra le foto, che rimangono poi di sua proprietà. E paga molto poco”. Cioè? “Copertura spese più 260 dollari al giorno, tariffa che in zone di conflitto raddoppia. Molti giornali americani e inglesi, però, oggi tendono a non comprare più dai freelance in Siria o in Iraq per disincentivare i giornalisti a partire. Una cosa sbagliata perché così si tagliano le gambe a chi vuole fare il suo mestiere”.

Ho già lavorato in agenzia, ma avevo firmato il contratto solo perché le foto rimanevano a me
Foto 1

Spesso, poi, le riviste non vogliono raccontare la guerra. “Chiedono ‘storielle’ collaterali al conflitto, perché non vogliono vedere le foto dei morti o degli obitori. E magari neanche l’inserzionista pubblicitario le vuole, quindi niente. La situazione è paradossale, perché se pensiamo al giornalismo italiano e non solo, circa il 50-60% è coperto da freelance. In pratica loro hanno surclassato il monopolio numerico dei giornalisti a contratto. I media hanno molto meno budget da investire rispetto al passato. Quindi il giornalismo è diventato fast food, dai contenuti omologati e online alla ricerca della velocità e del clic”. E a rimetterci sono “qualità e fact checking“.

Foto 2

Quello che oggi paga di più sono immagini e video, “ma ti chiedono sempre testi da accompagnare alle foto. E spesso vogliono direttamente l’esperienza del fotografo. In questo caso, rispetto al passato, è difficile mentire. Siamo tutti lì, uno di fianco all’altro, c’è twitter e verificare quello che altri pubblicano è più semplice”. Ma se un testo in sé viene pagato meno, è pur vero che “un giornalista ha un contratto più light, con un determinato numero di giorni di lavoro l’anno. Per il fotografo non è così: viene sempre visto come una figura esterna, l’offerta è tanta e noi giornalisti sempre di più. Per ogni guerra c’è qualcuno che prova a fare questo lavoro. Se ci fosse una produzione adeguata sarebbe una buona cosa, ma in realtà le cose che escono sono sempre le stesse e sono poche”. Perché provano? “Perché è più semplice buttarsi: i voli costano di meno, non c’è l’assicurazione e sopravvivi come puoi. Poi alcuni mollano e non li vedi più, altri li reincontri dopo anni”.

Foto 3

Incluso quelli italiani che, almeno in Libia, sono sempre meno. “Quello è il paese che frequento di più. Quando parto lavoro spesso per giornali e tv, anche se vedo una certa tendenza degli italiani a farsi pagare il viaggio dalle ong, che ti fanno da taxi anche per i contatti locali. Un metodo che a me non piace. L’ho fatto solo una volta per Emergency perché loro sono tosti”. Gabriele riesce a vivere da freelance perché, dice, “non vado solo nelle zone di guerra. Diversifico. Ho fatto servizi di moda e documentari, girato serie tv. Ne ho bisogno, anche per respirare dopo foto di obitori e gente col kalashnikov”. Vendere le foto, però, è sempre più dura. “I grandi che le comprano oggi sono pochi: parliamo di Time, Nyt, Stern, Spiegel e Le Monde. I giornalisti oggi tendono a fare tutto: foto, video e testi. Ma non si può fare tutto bene e chi ci rimette è sempre la qualità. Dove andrò prossimamente? Yemen, anche se la situazione è complicata. E punto a tornare in Libia“.

Foto 1 – 21/06/2016. Libia, Sirte. Costa occidentale della città di Sirte. I ribelli avanzano verso una collina vicino alla strada sulla costa della città. Un soldato spara un RPG, mentre i suoi compagni lo coprono.

Foto 2 – 16.7.2017. An Issa, Siria. Mogli di guerriglieri dell’ISIS scappate da Raqqa dopo che l’esercito curdo ha circondato la città. I loro mariti sono stati arrestati per accertamenti riguardo alla loro appartenenza al gruppo jihadista dello Stato Islamico. La realtà che raccontano è di oppressione e violenza da parte delle bandiere nere nei confronti dei civili. Raccontano di esecuzioni pubbliche, torture e detenzioni immotivate. May, la donna al centro della fotografia, parla perfettamente inglese – è un’insegnante – e racconta di come molte donne occidentali siano arrivate a Raqqa per far parte della terra islamica che segue le regole della jihad. Ben presto, però, si sono rese conto di quanto fossero diversi i racconti trovati online e la realtà dei tagliagole dell’Isis.

Foto 3 – 7.7.2017. Mosul, Iraq. Esercito iracheno avanza nella battaglia finale contro lo Stato Islamico.

INDIETRO

“Noi, freelance italiani in zone di guerra. Giornali e tv ci pagano poco, ma i lettori vogliono le nostre storie”

Sostieni ilfattoquotidiano.it ABBIAMO DAVVERO BISOGNO
DEL TUO AIUTO.

Per noi gli unici padroni sono i lettori.
Ma chi ci segue deve contribuire perché noi, come tutti, non lavoriamo gratis. Diventa anche tu Sostenitore. CLICCA QUI
Grazie Peter Gomez

Sostieni adesso Pagamenti disponibili

La Repubblica tradita

di Giovanni Valentini 12€ Acquista
Articolo Precedente

Elezioni e social, Trump fa scuola: centrodestra e cinquestelle occupano Twitter

next
Articolo Successivo

The Post al cinema, quando il giornalismo si gioca tutto. Tre storie di freelance italiani in zone di guerra

next