La resistenza agli antibiotici da parte dei batteri è forse il problema principale che la medicina dovrà risolvere nei prossimi anni. Immaginiamo uno scenario futuro in cui una pandemia causata da microrganismi super resistenti a qualsiasi arma di difesa farmacologica umana stermini il 99,9% della popolazione mondiale nello spazio di un anno. Questo plot è stato recitato in un programma radiofonico in tre puntate trasmesso dalla Bbc l’anno passato, nell’ambito di una serie dedicata alle distopie a venire. Ma il mondo finirà perché abbiamo determinato le condizioni per favorire i nostri microscopici nemici, cimentandoli con armi che un giorno si riveleranno tragicamente inefficaci?

Gli allarmi si succedono e sono attestati in molti casi non solamente da scrittori di fantascienza, ma anche da organismi internazionali e da riviste scientifiche autorevoli. Io non so se tale allarme nei riguardi della resistenza batterica corrisponda effettivamente a un pericolo così letale da poter eguagliare quello generato dalla bomba termonucleare. Quello che posso affermare è che ci sono molte cause che stanno progressivamente impoverendo l’efficacia del nostro arsenale. Gran parte causate dai cattivi comportamenti nell’impiego degli antibiotici e anche se non soprattutto da caratteristiche intrinseche alla natura biologica dei batteri e all’alterazione che i prodotti della tecnica, come gli antibiotici, introducono nella relazione uomo-natura. I batteri, come anche i virus, infatti, sono naturalmente dotati di possibilità di mutazione, ciò rende per selezione naturale alcuni ceppi di una determinata specie insensibili agli antibiotici in uso.

Questo inesorabile calo dell’efficacia degli antibiotici nel trattamento delle infezioni più comuni si è accelerato in questi ultimi anni, e potremmo affermare che siamo all’alba di una nuova era post-antibiotica, con l’arrivo di ceppi non trattabili di enterobatteri resistenti ai carbapenemici. La crescente diffusione di ceppi di batteri resistenti negli ambienti ospedalieri si fa sempre più rapida e comporta una serie crescente di problematiche. Anche nei paesi a basso reddito la diffusione delle resistenze agli antibiotici si manifesta con velocità crescente e talora supera fino a doppiare quella che avviene nei paesi più ricchi. Questo dato è probabilmente il più preoccupante, non solo per la minore qualità generale degli interventi sanitari nei paesi poveri, ma anche per la maggiore difficoltà nell’accesso a terapie antibiotiche più nuove e ritenute efficaci. Un’altra conseguenza della diffusione delle resistenze si correla con gli ostacoli che vengono posti al conseguimento di un’asepsi perfetta negli interventi di chirurgia generale, di chirurgia dei trapianti. I decorsi post-operatori rischiano di essere sempre di più costellati di complicazioni infettive non trattabili. Per lo stesso motivo, anche i pazienti sottoposti a cicli di chemioterapia e in genere i pazienti immunodepressi potrebbero sempre di più rimanere allo scoperto, senza protezione antibiotica.

Ma quali sono le cause di questa situazione? Forse la principale, lasciando perdere le responsabilità dell’industria sanitaria, con le sue scelte esclusivamente votate al profitto e la mancanza di dinamismo nell’attivazione di una ricerca di nuovi antibiotici, è il cattivo uso degli antibiotici sia da parte della medicina dedicata agli esseri umani, sia in campo veterinario. È risaputo che negli allevamenti per vari motivi, non solo medicamentosi, ma anche per favorire la crescita degli esemplari, si abusa nella somministrazione di antibiotici. Come se ne esce? Alcuni dei punti proposti dagli studiosi sono: un rinnovato impegno a livello delle autorità sanitarie nazionali nel realizzare una più accorta sorveglianza epidemiologica e una più efficiente strategia di intervento; un uso razionale degli antibiotici da parte del personale sanitario, specie negli ambienti ospedalieri, con un maggiore rispetto delle normative di igienizzazione e sterilizzazione degli ambienti tecnici e di degenza; uso razionale degli antibiotici in comunità da parte dei medici di famiglia; un fattore importante, specie nelle aree o nei paesi di minor sviluppo culturale, cioè l’educazione degli individui, specie a livello famigliare e in occasione di patologie pediatriche, nel ridurre una non giustificata aspettativa di somministrazioni di antibiotici da parte dei sanitari. Ho fiducia che la razionale organizzazione degli interventi nella politica di gestione delle terapie antibiotiche e la scoperta di nuovi farmaci o vaccini potrà sovvertire questa pericolosa tendenza alla diffusione di ceppi insensibili agli antibatterici.