Il coinvolgimento davanti a un’opera come Chiamami col tuo nome invece è epidermico, viscerale. Luca Guadagnino finalmente torna in patria con un lavoro che eguaglia il tocco di Bertolucci in Io ballo da sola avvicinandolo, per direzione minuziosa di ogni attore, al calore di un altro grande autore umanista come Dolan, e superando le carature estetiche dei migliori Almodovar e Ozpetek. Questa storia d’amore gay, iniziazione estiva tra un ragazzo e un giovane uomo ambientata in un bucolico nord Italia ha un ché di poetico che vale bene le 4 fresche nomination agli Oscar 2018. Il giovane Timothée Chalamet sorpassa la propria interpretazione in Lady Bird (in Italia dal 1° marzo e altro pluricandidato dall’Academy Awards) in una maturazione in itinere del suo Elio attorialmente affascinante, potrebbe essere l’Oscar al Migliore attore protagonista più sorpendente. Mentre Armie Hammer muta ancora. Dopo i personaggi rocciosi in Mine e Free Fire mette un’eleganza e un controllo fisico espressivo immensi. Fa centro con la ua sensibilità anche Michael Stuhlbarg nel ruolo del padre intellettuale. Sono tra i migliori attori del cinema di oggi. Anche nella reiterazione di scene d’amore, regista e attori riescono a creare talmente tante sfumature diverse che il voyerismo inflitto allo spettatore passa in secondo piano. Ma non sarà così per tutti al cinema. L’arte a volte è difficile e spietata quanto il pubblico. Molto affettuosa invece è la meticolosa ricostruzione dei primi anni ottanta, con pranzi infervorati su Craxi e il Pentapartito e tanta musica da jukebox.

E con la musica arriviamo a Ligabue. Made in Italy esce a 18 anni dalla sua seconda regia. Roba da Malick? Per niente, ma il Liga è uno con buone idee. Torna con lui Stefano Accorsi che con quel Radiofreccia decollò a fine millennio. Oggi è l’operaio Riko, tradito dalla moglie Kasia Smutniak ma circondato da amici inossidabili. Spesso trotterellano i reef di Ligabue, nuovi accordi che non dispiacciono. Il film mette in scena quel concept album che racconta proprio la provincia emiliana di quest’uomo qualunque. Proprio per questo straordinario. Italia in crisi, cambiamento, famiglia, tradimento, ius soli, amicizia, vita di coppia gay e etero, malattia del gioco. I temi toccati sono un mucchio, Freccia e Liga sono cresciuti. Film buono e generoso come un lambrusco, poteva pure nascere opera rock, come vorrebbe il produttore Domenico Procacci per il prossimo film, ma in un certo senso Made in Italy ne ha già i connotati. Liga dà vita a nuovi e vitali personaggi, la sua scrittura è sana, grintosa, a volte rustica persino, però ci sta. È la regia che a volte fatica nel gestire tutte quelle tematiche. “Tanta roba”, come dice Riko. Forse la rockstar (che dietro la macchina da presa se la cava più che dignitosamente) dovrebbe sacrificarsi almeno una volta lasciando la direzione a un regista puro. O sganciandosi dalla musica per un po’, dedicandosi solo al cinema. Chissà, le sue cinecreature ne gioverebbero in qualità e novità. Non in campo di marketing probabilmente, dove avere un Liga regista impenna attese e incassi. Del resto, come dice lo stesso protagonista, “è un attimo farsi andare tutto bene”.

https://youtu.be/1p8nneZPINs

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I film della settimana al cinema, su RaiPlay e Netflix: da Matt Damon a Ligabue

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