Una storia, sei parole. Una storia bella, lunga sei parole. Una storia bella e molto triste. Chi è capace di scriverla? Hemingway, per esempio. O almeno così leggenda vuole. Ernest è al bar con gli amici, un daiquiri anzi, facciamo due, “scommettiamo che non riesci a scrivere una storia (bella) in sei parole?”. E lo scrittore scommette, figuriamoci. Si parla di uno che “una volta, in Montana, visse con un orso, dormendoci insieme, ubriacandosi con lui. Erano buoni amici”.

“For sale, Baby shoes, Never worn”. Hemingway quindi scommette, e vince. Difficile imbattersi in una storia, perché di storia si tratta, più triste di questa qui. Uno la legge e la testa inizia a viaggiare dove non vorrebbe: com’è cieca la sfortuna quando si incaponisce. La famiglia è povera, anzi poverissima, costretta a vendere le scarpine mai usate di un bambino… Inutile andare oltre, ci pensa l’immaginazione a metterci lo sviluppo narrativo. Il finale, quello c’è già.

Peccato però che tocchi smentire la leggenda. O meglio, magari Hemingway ha scommesso per davvero, e ha pure vinto. Gabbando gli amici. Sembra infatti che una prima versione del ‘romanzo più breve del mondo’ sia apparsa in un giornale nel 1906 con il titolo “Storie brevi della città” (e il nostro era decisamente troppo piccolo per scrivere). Un’altra versione di “Baby shoes”, molto simile, sarebbe stata pubblicata in una striscia satirica all’interno di un quotidiano, nel 1917. Poi ancora nel 1921, in un articolo a firma Roy K. Moulton e, qualche anno dopo, perfino in un fumetto.

È spiacevole, perché alle leggende fatte bene ci si affeziona subito, ma pare proprio che la storia su Hemingway sia frutto della fantasia di un agente letterario, Peter Miller che l’ha pubblicata in un libro uscito nel 1991, Get Published! Get Produced!: A literary Agent’s Tips on How to Sell Your Writing.

Certo, resta una bella storia, ma è una bella storia falsa. Che continua ad essere utilizzata, citata, copiata. Il New Yorker ha di recente pubblicato una sorta di variante sul tema a firma Zack Wortman: vari tentativi di creare qualcosa di simile e ugualmente forte, sempre in sei parole. L’ultimo contest in ordine di tempo l’ha lanciato il Denver Post ma ce ne sono stati tantissimi, nel corso degli anni. Dal Guardian a L’Espresso, prima di Twitter e dei suoi 140 caratteri (portati a 280, le cose belle durano sempre troppo poco). L’ultima che si è ispirata a “Baby shoes” (così, per comodità, come fosse il titolo di una canzone) è una sposa pentita. “Wedding dress for sale – worn once by mistake“. L’annuncio è apparso su una bacheca online. Siamo in Nuova Zelanda e il post è diventato virale, ispirandone altri: qui un tweet postato qualche giorno fa. Il messaggio era attaccato su un frigorifero, a San Francisco. Dai giornali dei primi anni ’20, a San Francisco nel 2018. Le storie brevi (e belle) fanno così.