Il Saggiatore ha iniziato, dalla primavera del 2017, a pubblicare i testi di Joyce Carol Oates che compongono Epopea americana (Wonderland Quartet), una quadrilogia capace di ripercorrere un’epoca intensa e travagliata, caratterizzata da profondi mutamenti sociali e politici e di far rivivere ai lettori la straordinaria avventura a stelle e strisce del Ventesimo secolo. I primi due volumi, Il giardino delle delizie (traduzione di Francesca Crescentini) e I ricchi (traduzione di Grazia Bosetti, Valeria Gorla, Camilla Pieretti, Sara Reggiani), sono usciti prima dell’estate, mentre da poco sono apparsi nelle librerie loro (traduzione di Bruno Oddera) e Il paese delle meraviglie (traduzione di B. Alessandro D’Onofrio, Giulia Poerio, Alessandro Vezzoli).

Seppur li trovi entrambi dei testi bellissimi, ho preferito, per la costruzione della storia, loro. È una vicenda che inizia negli anni Trenta e si conclude, in un crescendo di tensioni e colpi di scena nella Detroit messa a ferro e fuoco dalla rivolta razziale del 1967. Loretta, incinta di Jules, fugge dopo che il suo amante è stato ammazzato a colpi di pistola. Trova un precario rifugio nelle braccia di un ex poliziotto assente e triviale, succube della vecchia madre e che dà a Loretta un’altra figlia: Maureen. Di città in città alla ricerca di una nuova vita, tra quartieri degradati, esistenze misere, privazioni domestiche, la famiglia si sposta verso l’Est degli Stati Uniti, verso il mito della grande metropoli industriale. Poi Loretta rimane di nuovo vedova e di nuovo si getta tra le braccia dell’ennesimo uomo consolatorio. Jules si perde e si ritrova in un cammino di violenza, delinquenza, un amore folle e devastante fino a diventare una sorta di antieroe arrivista tipico di una certa America povera e bianca, mentre Maureen, coinvolta in un giro di prostituzione, viene ridotta in fin di vita dalle botte dell’ennesimo marito della madre e cerca una risalita condita da una clausura culturale e di lontananza dopo un lungo stato vegetativo.

Il loro è un libro straordinario, teso, sanguigno e morboso. Niente è lasciato al caso e l’elaborazione psicologica e ottica dei personaggi e delle situazioni che devono affrontare è perfetta. Per tutto il romanzo si legge un costante senso di precarietà e di miseria, tipico, anche oggi, di tante esistenze quotidiane, statunitensi e non solo. Mirabili, indimenticabili, le ultime cinquanta pagine dell’opera, quando il distruttivo magnaccia e bipolare Jules si trasforma, suo malgrado, in una delle tante voci della rivolta di Detroit.

Il paese delle meraviglie più che richiamare la celebre opera di Lewis Carroll rimanda a una White Rabbit dell’orrore e dell’angoscia e tratteggia, con piglio gotico, le conseguenze psicologiche del giovane sopravvissuto allo sterminio della propria famiglia da parte del padre. Jesse, salvo per miracolo al massacro, dopo un periodo in affidamento con un nonno materno indifferente e silenzioso, viene aggregato a una famiglia convenzionale. Diviene un neurochirurgo attratto da tutto ciò che è strano, inquietante, mostruoso mentre la controcultura esplode radiosa e altrettanto velocemente si sfracella a terra insieme ai miti del decennio. Sua figlia Michelle scappa in una comune hippie, sedotta dal clima di amore libero e droghe lisergiche e dal carismatico Noel, un guru visionario. Jesse fa di tutto per riprendersi Michelle, fino ad arrivare all’inevitabile resa dei conti con il suo passato.

Uscito per la prima volta nel 1971, un anno dopo Joe, il film di John G. Avildsen, condivide con il lungometraggio l’incompatibilità dei padri americani di capire il mondo dei figli e l’esaltazione per una poetica della violenza tutta statunitense. Ma se nel film il protagonista, dopo aver fatto irruzione nella comune, ammazza la figlia, nel libro di Joyce Carol Oates la salvezza di Michelle assomiglia comunque a una dannazione, sia per lei che per Jesse, dimostrando che non esiste redenzione per chi ha camminato a lungo in compagnia delle proprie tenebre.