Non è forse il segno che il ventriloquio e la violenza simbolica si dispiegano non solo nella relazione verticale tra dominante e dominato ma anche tra gli stessi subalterni il fatto che si senta la necessità di zittire Catherine Deneuve? Cosa voglio dire con questo? Che la breccia aperta dal movimento social conosciuto come #metoo ha contemporaneamente aperto un fronte tra le donne a livello globale. Se ne è avuto un saggio con la discussione che è seguita alla lettera che Catherine Deneuve ha pubblicato su Le Monde.

Ciò che si è letto nei giorni che sono seguiti a quella tribune delle cento persone che, compresa Deneuve, hanno espresso la propria opinione dopo l’affaire Weinstein, fa pensare che sia sempre molto in funzione quel dispositif silenziante e ventriloquante che ha a sua volta reso possibile l’oppressione delle donne. In altri termini, la storia del mondo è la storia delle donne intese non solo come oggetti, ma come oggetti che in quanto tali sono muti. Questa riduzione al silenzio si è accompagnata alla pretesa dei dominanti di parlare al posto di chi non può farlo a nome proprio.

Si dirà: Deneuve parla eccome, e nessuno/a vuole zittirla. Certo, Catherine Deneuve è un’attrice famosa a livello globale, ha diritto di tribuna e le è stato riconosciuto. Tuttavia perché anche con lei è all’opera, da parte di altre donne, il dispositivo silenziante? Non tanto perché Deneuve non può parlare, ma perché, si dice da più parti, “non sa quel che dice”. E non lo sa in quanto star del cinema mondiale (e dunque agiata), o in quanto ‘anziana’. Perché si è letto anche questo: “a te nessuno ti importuna”. La crepa che questo dispositivo silenziante apre è tra donne. “Deneuve non sa quel che dice” e dunque, per usare le parole che Marx riservava ai contadini e ai piccoli proprietari terrieri sotto Luigi Napoleone nel 18 Brumaio, non può rappresentarsi, deve farsi rappresentare. È esattamente questo uno dei meccanismi di esclusione che ha tenuto le donne sotto il tallone del dominio maschile, e in generale i subalterni sotto il tallone dei dominanti. Se Deneuve parla (e può ben parlare, appena lo fa decine di microfoni sono pronti a raccoglierne la testimonianza), la sua parola deve essere squalificata. Oppure deve essere stigmatizzata come controproducente per la battaglia santa e indiscutibile che sembra essere diventata il #metoo.

“Vi siete alleate con i maiali”, è l’accusa mossa dalla femminista Christine Bard a Deneuve e compagne. Poiché la chiamata alle armi postula la necessità di schierarsi nell’orizzonte di questa allegoria manichea per cui chi non è con noi è contro di noi. Tanto che Deneuve, in una lettera a Libération, all’accusa di non essere femminista ha risposto “Devo ricordare di essere stata una delle 343 salope [stronza, puttana] con Marguerite Duras e Françoise Sagan che ha firmato il manifesto ‘Ho avuto un aborto’ scritto da Simone de Beauvoir?”. E siccome non è dupe [fessa], ha anche affermato che non si farà strumentalizzare da tutti i conservatori, tradizionalisti e razzisti (giova ricordare che Silvio Berlusconi ha affermato “Deneuve ha detto cose sante”) che le hanno dato il loro sostegno.

Intanto in questi giorni una grande scrittrice, Margaret Atwood, è intervenuta, auto-definendosi ironicamente Bad Feminist e così prevenendo le accuse, per dire che il #metoo è una ‘caccia alle streghe’ che incrina lo Stato di diritto poiché mette all’opera il meccanismo per cui “chi è accusato è colpevole”. Ma non vorrei davvero essere frainteso, dato che so già che potrebbero piovere accuse (“sei maschio, non hai diritto a parlare di queste cose”; “stai dalla parte dei molestatori”): non sto entrando nel merito, sebbene credo sia chiaro come la penso.

Ciò che sto affermando è che Atwood, Deneuve e tutte le donne che non aderiscono all’allegoria manichea non meritano di essere silenziate e parlate dal di fuori da parte (non più degli uomini, ma) di altre donne, perché esse sanno perfettamente cosa dicono. Ha ragione Anna Bravo, intervistata da Simonetta Fiori, a dire che i rapporti tra uomini e donne “implicano desiderio, complicità, simpatia, e anche interesse, prevaricazione, oppressione: rapporti troppo complicati per essere liquidati con il politicamente corretto”. Né può essere liquidato il rapporto di prevaricazione sostenendo che le subalterne devono sempre essere rappresentate perché non sono in grado di rappresentarsi. Poiché così facendo si rischia di ventriloquarle, ovvero di rappresentarle non tanto politicamente, ma esteticamente: di ‘narrarle’.