Anche Alessandria si è mobilitata per salvare Borsalino, la storica azienda di cappelli dichiarata fallita dal tribunale. Sui social network è nata la pagina “Gli alessandrini per Borsalino” da cui è partito il tam-tam a sostegno dei lavoratori con l’hashtag #saveborsalino. E sabato scorso in molti tra gli alessandrini sono scesi in piazza indossando cappelli della rinomata maison per manifestare il loro sostegno ai 130 dipendenti della società.

“Marchio, azienda e fabbrica sono qui da 160 anni e devono rimanerci”, è la convinzione espressa dal sindaco Gianfranco Cuttica di Revigliasco, in prima fila.  “Realizziamo cappelli che vengono esportati in tutto il mondo”, ha detto con orgoglio Francesco Spera, da vent’anni alla Borsalino. Il Tribunale non ha accolto il piano di rilancio presentato dall’imprenditore svizzero Philippe Camperio, “ma l’azienda è sana, produce ed esporta“, ha sostenuto Spera, pronto come gli altri lavoratori a credere nell’impegno dell’uomo d’affari elvetico che ha affittato il ramo d’azienda ed è proprietario del marchio, mentre i sindacati hanno chiesto un incontro ai curatori fallimentari, Stefano Ambrosini e Paola Barisone, atteso per i prossimi giorni.

Resta il fatto che il 18 dicembre scorso il tribunale di Alessandria ha respinto la seconda richiesta di concordato formulata da Haeres Equita Srl, la società di Camperio che in questi anni ha affittato l’azienda per evitarne la bancarotta, scatenando non poche polemiche.  Nel dicembre del 2016 il tribunale di Alessandria aveva revocato una prima richiesta di concordato avanzata dai vertici dell’azienda che ha vestito, tra gli altri, la testa di Winston Churchill, Pancho Villa, Gabriele D’Annunzio e Ernest Hemingway.

“Non so prevedere il futuro ma alla Borsalino il lavoro c’è e, alla luce di questo, ci attrezzeremo per andare avanti, nonostante non manchino le preoccupazioni”, aveva fatto sapere Claudio Cavallaretto della Cisl. Anche il Comune di Alessandria e la Prefettura si sono mobilitati a sostegno dei lavoratori: in vista del possibile epilogo, avevano attivato già nei mesi scorsi un tavolo di crisi. Insomma, nessuno vuole credere davvero che la storia di Borsalino sia finita. Spetterà però al Tribunale e ai curatori fallimentari decidere come muoversi, intanto Borsalino è in affitto fino a giugno, una condizione prorogabile di sei mesi in sei mesi. Camperio, però, non ci sta. “Il fallimento si basa su ragioni tecniche e legali che nulla hanno a che fare con la gestione dell’azienda da parte di Haeres Equita. L’attività di Borsalino continua, la nostra volontà è di andare avanti mantenendo i livelli occupazionali e il sito produttivo ad Alessandria”, è il suo mantra.

La storia di Borsalino inizia centosessant’anni fa, quando i fratelli Guiuseppe e Lazzaro diedero vita ad un piccolo laboratorio di cappelli in un cortile di via Schiavina, ad Alessandria. Negli anni il loro nome si trasforma in un mito e i loro cappelli un’icona. A metà Novecento il Borsalino è ormai un oggetto di culto. Lo indossa Jean-Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro, Marcello Mastroianni in 8 e 1/2 e Tony Servillo nel film La grande bellezza. C’è il Borsalino, pellicola cult degli anni ’70 interpretata da Alain Delon. E ci sono anche Humphrey Bogart e Ingrid Bergman nella scena dell’addio finale di Casablanca.

Il mito del cappello piemontese si offusca, però, soprattutto quando l’azienda è coinvolta in un maxi-crac dall’ex re del gas  Marco Marenco. L’imprenditore astigiano, che aveva rilevato Borsalino nei primi anni Duemila, viene imputato per bancarotta fraudolenta. Il buco è quasi interamente legato a società che producono e commercializzano energia, ma anche l’azienda di cappelli ne rimane coinvolta. È nel 2015 che la situazione esplode e Borsalino ottiene dal tribunale un concordato preventivo.

A tentare il salvataggio della società ci pensa Camperio. Nel maggio del 2015 la sua cordata di investitori viene scelta, in una gara internazionale, per risollevare l’azienda e, di fatto, Camperio ci prova, saldando le tasse non pagate, acquistando macchinari, promuovendo nuove linee di prodotto e riportando l’organico a 130 persone. L’imprenditore affitta un ramo dell’azienda attraverso il fondo Haeres Equita e, al termine dell’iter previsto dalla legge, è teoricamente destinato ad assumerne il pieno controllo. A dicembre del 2016 arriva, però, una doccia fredda, con il no al primo concordato preventivo. Ora il secondo stop dal tribunale.

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