Un principio elementare del diritto è che nei confronti di una sentenza emessa in primo grado sia possibile presentare appello e che la persona condannata e i suoi difensori siano tenuti informati sugli sviluppi del ricorso e possano seguire tutte le sue fasi. Lo prevede lo stesso codice di procedura dell’Iran. Ma nel caso di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano residente in Svezia e specializzato in Medicina dei disastri, questo principio non è stato rispettato.

Come già raccontato in questo blog, Djalali è stato arrestato nell’aprile 2016 durante un viaggio di lavoro in Iran. È stato trattenuto nella prigione di Evin per sette mesi, tre dei quali passati in isolamento e senza poter incontrare un avvocato. Due mesi fa, a ottobre, Djalali è stato condannato a morte per “aver diffuso corruzione sulla terra”, in altre parole aver agito come spia. Secondo i suoi legali, il tribunale si è basato su prove estorte con minacce e torture (circostanze mai indagate) e la pubblica accusa non ha portato alcuna prova a conferma che l’imputato fosse una spia.

A partire da novembre gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno a più riprese contattato la Corte suprema per sapere a quale sezione fosse stata assegnato l’esame dell’appello. La cancelleria della Corte suprema ha sempre risposto che il caso non era ancora stato assegnato e che avrebbero dovuto aspettare. Invece, il 9 dicembre la Corte suprema ha reso noto che la sua prima sezione aveva confermato la condanna a morte.

Una decisione scioccante, una vera e propria rappresaglia del sistema giudiziario iraniano nei confronti di un uomo che – come aveva fatto sapere in una lettera trasmessa dalla prigione di Evin – aveva rifiutato di utilizzare i suoi contatti accademici e lavorativi con istituzioni scientifiche europee per raccogliere informazioni per conto dell’Iran.

Così come l’Università del Piemonte Orientale, presso la quale Djajali aveva svolto ricerche, Amnesty International continua a trasmettere appelli alle autorità iraniane chiedendo l’annullamento della condanna a morte e che sia garantito a Djajali un nuovo processo, in cui egli possa davvero difendersi dall’accusa di essere una spia.

Attraverso Amnesty International Vida Mehrannia, la moglie di Djalali, ha lanciato un appello perché sia salvata la vita di suo marito.

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