Mediaset chiude le porte e taglia fuori i suoi soci di minoranza senza testimoni terzi. Contando sul peso preponderante del proprio voto Fininvest ha messo a segno un notevole colpo: l’assemblea straordinaria della tv della famiglia Berlusconi, Mediaset, grazie al parere favorevole della holding della famiglia Berlusconi (41%) e all’assenza del nemico francese Vivendi (28%), ha ridotto ai minimi termini il peso delle minoranze in consiglio di amministrazione.

Una decisione importante che è stata presa nel corso di un’insolita seduta a porte chiuse. Questo perché secondo Piersilvio Berlusconi “oggi non c’erano argomenti che richiedessero una conferenza stampa e quindi abbiamo ritenuto che non fosse necessario far partecipare i giornalisti”, come ha detto l’ad di Cologno Monzese senza evidentemente riflettere sulla differenza abissale tra la  partecipazione non necessaria e il divieto di accesso. Tanto più che la Consob dell’ex parlamentare forzista Giuseppe Vegas ha vivamente raccomandato alle società quotate di accogliere la stampa in assemblea per garantire la massima trasparenza e circolazione delle informazioni.

Per altro durante la riunione gli spunti di riflessione non sono mancati. Le modifiche statutarie, ad esempio, sono state definite dal fondo Amber (2,5%) una “poison pill”, cioè una pillola avvelenata “mascherata che danneggia irrimediabilmente gli azionisti di minoranza riducendo il numero di amministratori che gli stessi potranno eleggere”. E non tanto perché l’assemblea ha deciso che il consiglio uscente potrà presentare una sua lista, soluzione che secondo Amber rischia di rendere meno trasparente la “paternità” della candidatura proposta. Con la conseguenza indiretta di rendere anche più difficile all’autorità di vigilanza l’accertamento di un eventuale accordo tra soci che potrebbe far scattare un’offerta pubblica d’acquisto sul gruppo.

Sul giudizio del fondo, però, pesa soprattutto il fatto che le nuove regole tagliano il numero di consiglieri che, al prossimo rinnovo, dovrà passare dagli attuali 21 a 7-15 componenti. Inoltre sanciscono la fine del meccanismo proporzionale nell’elezione dei rappresentati, introducendo il maggioritario con un premio per la lista che prendere più voti. Per fare un esempio concreto, in un consiglio composto da 7-11 membri, Fininvest potrà arrivare ad avere cinque rappresentanti contro i due che andranno ai piccoli soci. E che quindi potranno far pesare ben poco il proprio dissenso. Vivendi non potrà aspirare allo stesso risultato e dovrà al massimo accontentarsi dei due posti per le minoranze.

Il gruppo controllato da Vincent Bolloré però difficilmente resterà fuori dal cda del Biscione. Più facile che tocchi invece ai fondi attivisti non essere rappresentati. Non a caso le minoranze hanno votato  in blocco contro il passaggio al sistema maggioritario sostenuto da Fininvest in chiaro conflitto d’interessi. Per altro sostenendo in casa l’esatto contrario di ciò che l’ex Cavaliere ha sempre sostenuto in politica dove ha difeso strenuamente il proporzionale perché “è la maggioranza dei cittadini a scegliere chi deve governare. Se gli italiani volessero dare il 51% ai grillini, M5S avrebbe il legittimo diritto di governare. Certo, la democrazia non è un sistema perfetto, ma – come diceva Churchill – gli altri sono molto peggio”, come ha scritto lo stesso Silvio Berlusconi al Corriere della Sera l’8 giugno scorso.

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