La decisione di Alessandro Di Battista di non ricandidarsi nel 2018 può stupire solo chi non lo conosce. In realtà era una scelta prevedibilissima. Quasi scontata. I retroscena, che lo vogliono in rottura con Luigi Di Maio o refrattario al ruolo di “secondo”, sono deliranti. Molto semplicemente, Di Battista è uno che ama godersi la vita. E il godersela non può andare di passo con (direbbe lui) “la vita nel Palazzo”. Ho conosciuto Di Battista ad aprile 2013. Siamo diventati amici e ciò ha fatto sì che l’uno vedesse in diretta l’altro mentre gli cambiava la vita. A lui più che a me. Di Battista tutto sogna nella vita, tranne fare il sindaco di Roma o il presidente del Consiglio.

Credo che preferirebbe una detartrasi praticata senza anestesia da Sandro Gozi col trinciante. Molti fan lo immaginano vivere di politica. Macché: Di Battista si è ritrovato a fare politica. Attenzione: non sto dicendo che non si senta parte di una battaglia, di un progetto, di un cambiamento. Tutt’altro. Alludo, adesso, a ciò che gli esperti chiamano politique politicienne. La “politica da professionisti”: quella è proprio una cosa che odia. Lo annoia oltremodo, e non posso certo dargli torto. Ha svolto al meglio delle sue forze il ruolo di deputato, ma non vedeva l’ora che finisse. Lo aveva detto proprio a me nel 2014, durante una puntata di Reputescion: “Se la legislatura dura fino alla fine, non mi ricandido”. Appunto. E’ uomo di parola. Di Battista non è un disimpegnato e ora che è padre – variabile felice che ha accelerato una decisione già presa – non si rifugerà nella casa in collina.

Continuerà, come ha detto due giorni fa, a fare politica. Ma la farà come accadeva prima del 2013: scrivendo, facendo controinformazione. Oppure viaggiando, in Africa come nel Sudamerica. E’ sempre stata la cosa che ha amato di più. Anche da deputato, non appena poteva, partiva in tour: per difendere la Costituzione, per provare a vincere in Sicilia. Una volta parlamentare, Di Battista ha scoperto doti innate da guitto: da oratore schietto, che arringa le piazze e buca lo schermo. Si è rivelato, tra i 5 Stelle, il più efficace. Ora che si defila – senza abbandonare quel Movimento in cui crede ciecamente – per il M5S è un mezzo disastro. Esce “Dibba”, rientra la Lombardi (Roberta): poveri loro.

Ma era una scelta (per lui) inevitabile. La notizia deluderà qualcuno, ma ogni volta che ci siamo visti non ci è mai capitato di parlare di politica per più di cinque minuti. Quando Fedez mi disse (scherzando) in un’intervista del 2015 che “Di Battista parla solo di politica e mai di figa”, lui mi telefonò fintamente arrabbiato perché sapeva quanto quella cosa fosse falsa. Una delle sue ferite più grandi fu quando, prima del 2013, alcuni giornalisti gli promisero di leggere e pubblicare alcuni reportage. Poi però si dileguarono, salvo tornare a cercarlo dopo che era divenuto famoso (per esempio Luca Telese).

A Gianroberto Casaleggio voleva bene per l’esatto opposto: si fidò e gli pubblicò tutto subito. Di Battista lascia – per ora – a un passo dall’uscita del nuovo libro Meglio liberi. Anche qui posso dire come andò: era il 2013 e Rizzoli mi chiese su quali politici puntare. Feci il nome di Di Battista. Lui prima nicchiò e poi accettò. Di Battista ama scrivere e aveva bisogno di staccare: è nella sua natura. E’ fatto così: è sincero anche quando gli capita di dire o fare qualche cazzata. A volte è sinceramente retorico (e spesso talebano). Crede davvero (illuso) che uno valga uno e non ha alcuna voglia di essere “leader” (se non della sua vita).

E forse, per dirla con Gustavo Zagrebelsky, avverte pure lui – non è certo il solo – un desiderio latente di “impolitica”. Diranno (dicono già) che ha saltato un giro per tornare alle elezioni successive, magari dopo una legislatura breve che “eliminerebbe” tutti gli altri big vittime del limite (che lui adora) del doppio mandato. Ma Di Battista non è uno stratega: è possibile che torni nel 2023 o prima, ma oggi non lo sa neanche lui. L’unica cosa che gli è chiara è che, tra uno scazzo con la Boldrini e un viaggio on the road, la prima opzione non è certo quella più desiderata.

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