Rischia di trasformarsi in una nuova débacle per i repubblicani, e per l’amministrazione Trump, il caso di Roy Moore. L’ex-giudice, candidato del G.O.P. al seggio senatoriale dell’Alabama, è infatti travolto da una serie di accuse a sfondo sessuale. Mitch McConnell e altri esponenti di primo piano del partito repubblicano gli chiedono di ritirarsi, ma Moore resiste. In gioco non c’è soltanto il seggio in Alabama, ma più in generale il controllo repubblicano del Senato; quindi, il futuro della stessa amministrazione Trump.

Roy Moore ha dato, sinora, parecchi problemi alla leadership repubblicana. Settant’anni, Moore fu eletto alla guida dell’Alabama Supreme Court nel 2001, ma rimosso due anni dopo, per essersi rifiutato di rimuovere un monumento ai Dieci Comandamenti dal cortile del tribunale. Rieletto alla Corte nel 2013, è stato ancora una volta sospeso dopo la mancata applicazione della sentenza che legalizza i matrimoni tra persone dello stesso sesso. L’esuberante Moore – che ha tra l’altro fondato la “Foundation for Moral Law”, un gruppo che ritiene Dio “fonte sovrana della nostra legge” – ha in questi anni trovato anche il modo di presentarsi per due volte alle elezioni per governatore dell’Alabama, dove ha chiarito come la pensa. Ferocemente anti-gay (ha paragonato l’omosessualità alla “bestialità“), anti-musulmano (ha chiesto che i musulmani non vengano fatti servire nell’esercito), nemico della teoria dell’evoluzione, sostenitore della teoria che soltanto i cristiani debbano godere della protezione del Primo Emendamento, Moore ha coltivato rapporti molto stretti con gruppi di suprematisti bianchi. La sua “Foundation for Moral Law” ha promosso una storia della Guerra Civile simpatetica con la causa confederata.

Non è dunque strano che Moore non abbia mai raccolto le simpatie dell’establishment repubblicano. Troppo radicalmente conservatore, troppo estraneo alle tradizioni più moderate del partito, l’Ayatollah dell’Alabama, come è stato definito, non ha ricevuto alcun incoraggiamento dalla leadership del G.O.P.; né lui, a dire il vero, l’ha mai cercato. E’ successo anche quest’anno, quando Roy Moore ha lanciato la sua candidatura alle elezioni per il seggio lasciato vacante al Senato da Jeff Sessions (nominato attorney general nell’amministrazione Trump). Il candidato ufficiale del partito repubblicano era Luther Strange. Con una campagna che ha riproposto gli accenti più duri, populistici, anche folkloristici di Donald Trump, Moore è però riuscito a battere Strange ed è diventato il nominato ufficiale del G.O.P. alle elezioni per il seggio di Sessions, che si terranno a dicembre (Trump, che in un primo tempo aveva appoggiato il moderato Strange, si è presto riposizionato, esaltando la “fibra morale e politica” di Moore).

Si pensava che lo scontro restasse in ambito politico e che i leader repubblicani di Washington dovessero ingoiare l’ennesimo boccone amaro – e assistere all’ascesa di un altro candidato che sino a qualche mese fa sarebbe stato confinato ai margini e che invece oggi, nell’epoca di Trump, occupa il centro della scena. Non è andata così. Il Washington Post, con un pezzo del 9 novembre, ha messo in prima pagina le accuse di una donna, Leigh Corfman, che afferma che Moore la molestò quando lei aveva 14 anni (e Moore 32). L’allora giovane uomo di legge avrebbe approcciato la ragazza fuori del tribunale e in due occasioni avrebbe tentato di baciarla e l’avrebbe toccata nelle parti più intime. “Volevo solo che la finisse e mi portasse a casa”, ha spiegato Corfman, la cui versione è stata confermata dalla madre. Un’altra donna, Beverly Young Nelson, è venuta allo scoperto qualche ora più tardi, accusando Moore di averla assalita sessualmente quando aveva 16 anni. Nelson accettò un passaggio in macchina da Moore, che le saltò addosso e cercò di spingerle il capo verso il suo pene. Di fronte alle resistenze di Beverly, Moore si fermò, ma le disse: “Sei solo una bambina, io sono il district attorney. Se cercherai di dirlo a qualcuno, nessuno ti crederà”.

Da allora, sono saltate fuori almeno altre quattro donne, oggi adulte, che accusano Moore di averle assalite sessualmente quando avevano tra i 16 e i 18 anni. E sono emerse diverse testimonianze di colleghi di lavoro, tra il 1982 e il 1985, che affermano di aver saputo della passione dell’allora giovane uomo di legge per le teenager. Moore avrebbe anche regolarmente frequentato il Gadsen Mall, un grande centro commerciale, alla ricerca delle sue vittime. Diversi residenti dicono che a Moore, dopo una serie di lamentele da parte delle famiglie delle ragazze, fu inibita l’entrata al Mall. Alle accuse, Moore ha replicato negando vigorosamente. In realtà, le cose si sono complicate ulteriormente. Il suo avvocato, Trenton Garmon, in una trasmissione televisiva di MSNBC, ha accennato al fatto che in “altre culture” non è poi così strano frequentare ragazze di 14 anni. Una parte consistente dei suoi elettori, con dichiarazioni e raccolte di firme, ha preso posizione a suo favore, così come ha fatto il partito repubblicano dell’Alabama. Lo state auditor dello Stato, il repubblicano Jim Ziegler, si è lanciato in un paragone piuttosto impegnativo, spiegando che “Maria era una teenager e Giuseppe un falegname adulto. Diventarono i genitori di Gesù”.

La polemica, ovviamente, si inserisce nell’ondata di rivelazioni e accuse seguite al caso di Harvey Weinstein; e rivela il fondo di esplicito e violento sessismo che domina ancora in certe zone del Sud. In questo caso, però, è in gioco qualcosa di diverso. Mitch McConnell, leader repubblicano del Senato, ha immediatamente chiesto a Moore di ritirarsi dalle elezioni che si terranno a dicembre per il seggio di Sessions. Lo stesso hanno fatto altri autorevoli esponenti del partito e personalità del mondo conservatore, come l’anchorman di Fox News Sean Hannity. Trump si è mantenuto più sul vago, affermando che Moore dovrebbe lasciare “se le accuse sono vere”.

L’ex-giudice, però, non ha alcuna intenzione di abbandonare. Continua a professare la sua innocenza, parla di un complotto di Washington Post e democratici contro di lui. Il suo futuro politico appare però incerto. Un sondaggio del National Republican Senatorial Committee lo mostra indietro di 12 punti rispetto al candidato democratico, Doug Jones. La sconfitta in un seggio un tempo sicuro per i repubblicani, come quello dell’Alabama, potrebbe essere il triste preludio alla perdita di altri seggi al Senato alle elezioni di midterm del novembre 2018. Senza più maggioranza al Senato, con forti perdite alla Camera, e con Donald Trump asserragliato alla Casa Bianca scossa da scandali e sconfitte, per i repubblicani potrebbe iniziare un periodo molto difficile. Roy Moore, per il G.O.P., potrebbe essere solo l’inizio.