Una settimana di luci, riflettori, sfilate (di dubbio gusto), pubblicità, esperimenti. Un poco anche di tennis. I migliori 7 talenti al mondo (più un intruso italiano) riuniti a Milano con delle regole tutte nuove, per contendersi un titolo che non è platonico solo grazie ai tanti soldi messi in palio dagli sponsor. Una sorta di Masters under 21, una bella idea realizzata in maniera discutibile. In tre parole: le NextGen Atp Finals.

Dare giudizi sommari sarebbe stato ingeneroso dopo i primi giorni di gioco, dall’effetto straniante sugli affezionati alla tradizione dello sport più tradizionale che ci sia. Ora che il torneo è finito, è tempo di bilanci (comunque parziali, perché siamo solo alla prima delle cinque edizioni previste in Italia). Sul campo ha vinto Hyeon Chung, probabilmente il meno talentuoso (ma il più solido) fra i talenti qualificati a Milano, al termine di un torneo gradevole: i ragazzini, motivati dal palcoscenico o dal lauto montepremi (200mila euro per il vincitore), hanno dato vita a belle partite. Si è visto buon tennis, soprattutto quando in campo c’era Shapovalov. Ad abbassare il livello, purtroppo, ci hanno pensato gli italiani: il torneo di qualificazione è stato a dir poco mediocre, e non l’ha nemmeno vinto Matteo Berrettini, forse l’unico azzurro della nuova generazione che potrà giocare a certi livelli. Alla fine è passato Gianluigi Quinzi, campione di Wimbledon da juniores nel 2013, scomparso quando è diventato grande (ora è 300 del mondo): ovviamente ha perso tutte le partite, ma almeno ha lottato e mostrato alcuni colpi da giocatore vero. Speriamo di rivederlo.

La competizione lascia però il tempo che trova: inutile dire che tutte le attenzioni erano per le nuove regole. Alcune bislacche (il sistema 3 set su 5, a 4 game ciascuno, è frenetico e snatura il gioco); altre intriganti (il deciding point, invece del deuce sul 40 pari) o semplicemente inutili (il coaching via radio). Preso come tale, l’esperimento è stato pure curioso, ma nessuno sano di mente può augurarsi che il futuro del tennis sia questo.

C’è il precedente del volley, che ha saputo spesso innovare le proprie regole, cambiando in meglio, con la svolta storica a metà Anni Novanta dell’addio al “cambio palla”. Ma il tennis è sport storicamente legato alle tradizioni. Che ancora oggi dà il meglio di sé nei momenti più classici, Wimbledon e il Roland Garros, a volte anche in Coppa Davis (quando i campioni si degnano di andarci). Ovvero in tutte quelle sedi che sono rimaste fedeli a se stesse, in barba a tutte le possibili obiezioni sulla noia e i tempi troppo lunghi. Mentre la formula sperimentata a Milano va esattamente nella direzione opposta, di una frenesia immotivata, e forse sbagliata. Piuttosto che la pallavolo, il rischio dietro l’angolo è quello di emulare la Formula 1, che cambiando tanto per cambiare, ha finito per smarrire se stessa.

Con un tennis che non era vero tennis, e senza nulla in palio che non fossero soldi, alla fine la prima edizione della NextGen Atp è stata allora soprattutto spettacolo. E pubblicità per chi l’ha organizzata. La FederTennis di Angelo Binaghi, che dal punto di vista sportivo ha prodotto poco o nulla, ha il merito di essere riuscita a riaffermare la centralità dell’Italia nel circuito mondiale. L’espansione degli Internazionali del Foro Italico, trasformati in un gioiello (e in una macchina da soldi), ora il raddoppio delle Next Gen. L’Atp sperimenta formule alternative, brand importanti come Red Bull e Amazon si avvicinano per la prima volta al tennis. Ed è significativo che tutto ciò avvenga proprio da noi, e non altrove. Una grande operazione di marketing, insomma. Il più delle volte fatto bene, altre decisamente meno (come lo scivolone del sorteggio trash con modelle seminude e scuse planetarie obbligate). Bene per la Federazione e per l’Italia. Forse un po’ meno per il tennis.

Twitter: @lVendemiale

Foto tratta dalla pagina Facebook di Hyeon Chung