“A Ostia la mafia si respira per le strade come nella Sicilia degli anni ’80, non c’e’ bisogno di sentenze passate in giudicato”. Parola di Alfonso Sabella, magistrato antimafia e (per poco) assessore capitolino alla legalità. I segnali ci sono tutti. Un maxi-sequestro da 450 milioni al porto e l’arresto dei principali esponenti di una nota famiglia di imprenditori locali, legata ai clan malavitosi i cui componenti a loro volta hanno subito condanne per racket, usura e traffico di stupefacenti. E ancora: il presidente di municipio e il direttore del municipio arrestati per corruzione e perfino il primo dirigente del commissariato di polizia in manette, quest’ultimo accusato di favorire la criminalità organizzata. Eppure, come nel classico complesso freudiano della negazione, la mafia è uscita dalla campagna elettorale di Ostia. Anzi, sembra non esservi mai entrata veramente.

Per una buona fetta delle persone che vivono nel X Municipio di Roma, da due anni commissariato per infiltrazioni mafiose nella macchina amministrativa, quella ostiense non è “mafia” ma una “criminalità presente ovunque”, che si combatte semplicemente “con la buona politica” e con “una maggiore presenza delle forze dell’ordine”. Questo approccio ha contribuito a derubricare l’argomento a un dibattito secondario, non rilevante ai fini delle delicate elezioni municipali previste il 5 novembre. Non solo. Molti residenti si sono convinti che proprio il temporaneo governo prefettizio, che dura dal settembre 2015, abbia “paralizzato le attività”, dando spazio al degrado e all’incuria, arrivando ad alimentare sentimenti quasi “secessionisti” rispetto alla Capitale, fra i punti principali del programma di alcuni aspiranti presidenti. I candidati preferiscono parlare di altro: le buche, i servizi sociali, la ferrovia per Roma, i parchi pubblici e l’abusivismo commerciale. Il traffico.

IL GIALLO DEL TEATRO IN FIAMME. POI LA FIACCOLATA: “NON SIAMO MAFIOSI” – “Da 18 mesi il X Municipio è commissariato con l’accusa vile e infamante di mafia”. E ancora: “Questa comunità ha una storia di lotta alla corruzione, di contrasto del malaffare, di denuncia delle illegalità che non vogliamo sia messa in discussione”. Così cominciava il comunicato letto dal comitato spontaneo di cittadini che ha organizzato la fiaccolata del 21 gennaio 2017, per dire “basta al commissariamento, vogliamo votare”. Oltre 1.000 i partecipanti, senza bandiere, dai militanti di Casapound a quelli della sinistra radicale, da Don Franco De Donno, il parroco amico di Tano Grasso oggi candidato con l’area di centrosinistra alternativa al Pd renziano, a esponenti “a titolo personale” del centrodestra, che pochi mesi dopo si sarebbero candidati.

Un grido di dolore seguito ad accadimenti molto particolari. Innanzitutto lo scioglimento per mafia del X Municipio, arrivato il 27 agosto 2015, poche settimane dopo l’arresto di Andrea Tassone, minisindaco Pd coinvolto nell’inchiesta sul Mondo di Mezzo e condannato in primo grado a 5 anni di carcere (fino a quel momento difeso a spada tratta dai vertici del Partito Democratico), un provvedimento che l’allora governo Renzi decise di non estendere a tutta l’amministrazione capitolina nonostante il coinvolgimento di molti esponenti di Assemblea e Giunta capitolina. Quindi il giallo della “fake-news” del 22 novembre 2016, una fuga di notizie che indusse in errore molti cronisti i quali riportarono di un fantomatico incendio al Teatro Fara Nume – presidio culturale “di frontiera” che il giorno seguente avrebbe ospitato una kermesse antimafia – sebbene il rogo “non doloso” avesse devastato un magazzino lontano alcuni chilometri dalla struttura e non collegato a essa: l’errore fu subito utilizzato dai “negazionisti” a supporto della “teoria del fango”, sebbene il teatro finì davvero parzialmente incendiato pochi mesi dopo, il 15 giugno scorso. Tutto per dire che “la mafia a Ostia non c’è”, e se c’e’ “non è differente rispetto al resto di Roma e d’Italia”: un atteggiamento rassicurante utile a non dissipare i voti.

IL FRATELLO DEL BOSS E LE LITI SOCIAL CON IL SENATORE – Un personaggio molto particolare e piuttosto controverso è Roberto Spada, fratello di Carmine Spada meglio noto come “Romoletto”, fino al suo arresto nel 2016 capo dell’omonimo clan sinti, condannato a 10 anni di carcere per usura e estorsione con aggravante mafiosa. Sebbene meno di un mese fa anche altri componenti della sua famiglia abbiano subito condanne nell’ambito di un’inchiesta sul racket delle occupazioni nelle case popolari di Nuova Ostia, va detto che Roberto Spada da questo punto di vista risulta incensurato. Tuttavia, il marito della titolare della Femus Art School – associazione sportiva molto nota sul litorale – non ha esattamente rinnegato la sua famiglia e, anzi, non perde occasione su Facebook (il profilo è aperto a tutti) di mostrare, con la tipica guasconeria di appartenenza, vicinanza ai suoi consanguinei in manette. “Sui social andate a commentare negativamente il mio cognome, poi venite a cercami in cambio di favori”, scriveva qualche giorno fa, guadagnandosi l’apprezzamento di un Casamonica e gli applausi (ricambiati da un cuore) di Carlotta Chiaraluce, capolista di Casapound. Cui Roberto ha tributato il suo endorsement, definendoli “gli unici sempre presenti”. Lo scorso anno, Spada si era reso anche protagonista di un lungo battibecco social con Stefano Esposito, senatore del Pd per un breve periodo commissario territoriale del partito, che lo accusava di essere un seguace del Movimento 5 Stelle, un “siparietto” che ha infastidito non poco gli esponenti pentastellati del territorio.

LE SENTENZE COME BANDIERA DELLA “TEORIA DEL FANGO” – I “negazionisti” o i teorici di quello che – come avviene in tanti altri contesti – viene definito “complotto mediatico contro la nostra comunità” si fanno forza anche delle sentenze del Tribunale. L’ultima, quella più eclatante, riguarda il primo grado del Mondo di Mezzo, quella “Mafia capitale” che tale non e’ più da quando il Tribunale di Roma ha fatto decadere il 416bis per tutti gli imputati, compresi l’ex estremista di destra Massimo Carminati e il ras delle cooperative, Salvatore Buzzi. Prima, però, c’era stata la sentenza d’Appello nell’ambito dell’operazione Nuova Alba, che ha assolto dall’accusa di associazione mafiosa il cartello criminale composto dai clan Fasciani, Triassi e, appunto, Spada: la lunga serie di estorsioni, gambizzazioni, affari sporchi sulle spiagge, intimidazioni, perfino il condizionamento sull’amministrazione pubblica sono episodi da delinquenza di piccolo cabotaggio: una semplice associazione per delinquere. Sennonché la Procura di Roma nei giorni scorsi ha chiesto e ottenuto in Cassazione di rifare il processo d’appello, accogliendo le motivazioni del procuratore generale Pietro Gaeta secondo cui il clan andava condannato per mafia.

IL PRESIDIO DI LIBERA E LE POLEMICHE – Sul lido capitolino, come avviene in altri territori “difficili”, da diversi anni c’e’ il presidio di Libera, la onlus di Don Luigi Ciotti che prima cosa cerca di combattere proprio il “negazionismo” con importanti iniziative di prossimità. Il 21 marzo, anche in risposta alla fiaccolata anti-commissariamento, Libera ha organizzato proprio a Ostia la sua Giornata nazionale contro le mafie, con incontri, manifestazioni e reading ad hoc. Ma perfino l’attività’ di Don Ciotti è stata oggetto di polemiche strumentali nel territorio. Nel 2015, mentre alla guida del Campidoglio c’era Ignazio Marino, è iniziata un’importante operazione di ripristino della legalità rispetto alle autorizzazioni degli stabilimenti balneari. La scia velenosa seguita a quest’azione, tuttavia, ha creato un vulnus che ha finito per coinvolgere perfino la stessa Libera, a cui venne assegnato un chiosco sequestrato alla criminalità organizzata ma con dei vizi procedurali che pochi mesi dopo portarono al dietrofront operato dalla stessa onlus, attaccata perfino dal M5S locale con una relazione – poi corretta – consegnata in Commissione Antimafia.

SABELLA A ILFATTO.IT: “NON HO BISOGNO DI SENTENZE, A OSTIA SI RESPIRA MAFIA” – Se la politica e gli “interessi” locali alimentano la teoria negazionista o sperano di minimizzare, resta la testimonianza di chi ci ha provato davvero a fare qualcosa. Alfonso Sabella, magistrato anti-mafia e assessore per pochi mesi della giunta Marino, ha lavorato alacremente sul territorio. “La mafia a Ostia c’è, si respira – spiega a IlFattoQuotidiano.it – gli omicidi, gli attentati, il racket verso i commercianti, i parenti dei criminali dotati di privilegi, il caporalato degli stabilimenti balneari. Non ho bisogno di sentenze passate in giudicato per dire che il territorio somigli moltissimo alla Sicilia degli anni ’80, che proprio come Ostia puntava fortemente all’autonomia per sottrarsi al controllo centrale”. Secondo Sabella, “è vero che l’argomento mafia è uscito dalla campagna elettorale, non se ne parla, e questo è un male. E’ la consapevolezza la prima cosa su cui lavorare per guarire questo territorio”. Il magistrato poi attacca: “Il commissariamento di Ostia, prorogato, non è stato un caso: Roma è una città più corrotta che mafiosa, il suo litorale invece è preda dei clan”.