Meglio di Senna, Piquet e Lauda. Come Prost: alla pari dei grandissimi, eppure così distante da loro. Da ieri Lewis Hamilton è entrato nell’Olimpo della Formula 1: c’era già anche prima, ma il quarto titolo mondiale lo proietta definitivamente nella ristretta cerchia dei mostri sacri che hanno scritto la storia di questo sport. Solo per le statistiche, però: se il numero dei mondiali vinti è paragonabile a quello delle leggende, il campione inglese ancora non regge il confronto con i suoi predecessori. E chissà se lo reggerà mai.

La colpa non è sua: Lewis avrebbe tutto per essere ricordato fra qualche anno come un mito. Ha vinto tanto, come pochissimi prima e probabilmente dopo di lui. Ha la velocità nel sangue, una dote innata che non si insegna e non si impara: il primato assoluto di 72 pole position conquistate in carriera è lì a dimostrarlo, insieme al record di maggior numero di punti in carriera (2.580). È pure un istrione, come ogni grande pilota che si rispetti: aggressivo al volante e nella vita, personaggio dentro e fuori la pista, amante del lusso e delle belle donne ma freddo calcolatore alla guida. In una piccola Formula 1, però, possono esistere solo piccoli campioni.

Il problema di Hamilton, come degli altri vincitori che lo hanno preceduto nell’ultimo decennio, è uno sport che ha smarrito se stesso: la Formula 1 non funziona, non emoziona più. Il mondiale di quest’anno, conquistato a mani basse con un nono posto a due gran premi dalla fine, senza rivali se si escludono le illusioni ferrariste d’inizio stagione, è il simbolo dell’ennesima vittoria senza pathos. Inutile prendersela con i gran premi troppo tecnici e noiosi, o le regole cervellotiche introdotte su qualifiche e monoposto. Il declino non nasce oggi, e neppure ieri. La Formula 1 che ha dato vita a sfide epiche, costruito campioni leggendari, è entrata nell’immaginario collettivo di almeno tre generazioni differenti, semplicemente era un altro sport da quello rigido, ripetitivo e meccanico che continua ad andare in scena a domeniche alterne. Forse solo questo, la cadenza bisettimanale dei gran premi, è rimasta della tradizione. Neppure gli orari, perché la dislocazione in giro per il mondo – dal Bahrein alla Cina, dall’Azerbaijan agli Stati Uniti – ha fatto venir meno pure la consuetudine della partenza all’ora di pranzo. Costringendo tifosi e appassionati a levatacce improbabili, o differite inutili nell’epoca dell’informazione in tempo reale.

Dal 1994 in poi, di fatto dalla morte di Ayrton Senna, la Formula 1 ha cambiato pelle anno dopo anno: cedendo un pezzo alla volta la sua anima alla tecnologia, mentre l’altro sport dei motori (la MotoGp) andava esattamente nella direzione opposta: crescita teconologica, sì, ma spettacolo puntato sui duelli e sulle rivalità. E così è riuscita a rinnovarsi e rilanciarsi, finendo per prendere il posto di quella che era sempre stata la sua cugina maggiore. Dalla sua evoluzione, forse per certi versi anche inevitabile, la Formula 1 invece è uscita distrutta. Il primo campione cyborg, a ben vedere, è stato proprio Schumacher: il più forte di tutti, anche nell’ammazzare lo spettacolo. Altrimenti non avrebbe mai potuto vincere cinque titoli mondiali di fila. Lui è stato l’anello di congiunzione tra la vecchia e la nuova F1: l’ultimo grande, ancora protagonista di duelli memorabili come lo scontro con Villeneuve a Jerez nel ’97, o l’intreccio a tre con Hakkinen e Zonta a Spa nel 2000. L’inizio della fine. Dopo la sua uscita di scena, nulla è stato più come prima, con una progressiva perdita di emozione. E quindi di valore delle vittorie, perché quanto merito può esserci in una gara dove la macchina più veloce è quasi sempre la vincente, e basta partire davanti e non sbagliare per arrivare primi? I due mondiali di Alonso, i quattro consecutivi di Vettel, ora quelli di Hamilton: resteranno solo negli annali, non nella memoria dei tifosi.

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