Negli Stati Uniti il 42 per cento dei bambini con meno di otto anni ha un tablet tutto suo. Per capire che non abbiamo speranze basterebbe la prima frase di quel che sto scrivendo, ma credo valga la pena andare oltre.

Quando ho cominciato a leggere la ricerca di Common sense mi sono augurato – riga dopo riga – di avere capito male. Probabilmente sono più vecchio di quel che credo di essere, forse non capisco che questo è il futuro. Ma a differenza di Ferrini – la macchietta dell’arboriano “Quelli della notte” che esclamava “Non capisco, ma mi adeguo” – non riesco a darmi pace.

Quel 42 per cento mi spaventa anche perché un’analoga rilevazione fatta sei anni fa presentava valori infinitamente più “rassicuranti”: non si raggiungeva l’uno per cento di baby-utenti. Il dettagliatissimo rapporto “The Common sense census: Media use by kids age zero to eight” fotografa un quadro di situazione il cui orizzonte evidenzia il tramonto di televisione e computer, ma soprattutto la notte più buia per libri e giocattoli di una volta. Tra gli altri dati di maggior significato spicca la presenza degli smartphone nelle famiglie che hanno bambini fino a 8 anni: dal 41% del 2011, passati per il 63% del 2013, si è arrivati a quota 95.

Dato che dovrebbe impensierire Rai, Mediaset e chi altro propone intrattenimento televisivo è quel 72 per cento delle famiglie con figli piccoli che hanno sottoscritto abbonamenti a Netflix o a Hulu (contro il 65% degli utilizzatori dei tradizionali canali di erogazione). Numero che invece deve richiamare l’attenzione di mamme e papà è lo spaventoso 49 per cento (in pratica un bimbo su due) di minori di 8 anni che guardano la tv o altri video oppure giocano sul tablet prima di andare a letto in linea diametralmente opposta alle comuni raccomandazioni dei pediatri.

Non è finita. Almeno un bimbo su dieci (sempre nella fascia 0-8 anni) ha a sua disposizione un giocattolo in grado di connettersi a Internet oppure – teniamoci forte – un assistente virtuale attivabile a voce come Amazon echo o Google home. L’esame dei dati raccolti nella ricerca prospetta anche risvolti di carattere sociale e inquadra il fenomeno nei diversi contesti familiari fornendo informazioni che educatori e addetti ai lavori dovrebbero leggere con attenzione.

Due terzi dei genitori ha scaricato “app” destinate ad essere utilizzate dai loro piccini, pianificando una delittuosa delega agli “smart device” di occuparsi dei bambini, che invece meriterebbero una diversa assistenza e un differente indirizzamento alla vita. Qualche segnale confortante arriva dall’iniziativa di Common sense consistente nel lancio di una serie di “public service announcement” (una sorta di pubblicità progresso) con il coinvolgimento dell’attore Will Ferrell e con l’obiettivo di proseguire la già avviata campagna #DeviceFreeDinner (che stimola genitori e bimbi ad “abbandonare” smartphone e tablet all’ora di cena e a ritrovare il piacere delle ormai dimenticate conversazioni “dal vivo”).

Mentre banalmente mi chiedo cosa accadrà nei prossimi sei anni se la crescita continua esponenzialmente, mi domando cosa stiano facendo in proposito le istituzioni e le tante fondazioni dalle nostre parti sempre così impegnate nel “sociale”. Al pari degli indiani con l’ascia di guerra, spero che qualche genitore dissotterri il “Meccano” o il “Lego” o una vecchia bambola. E soprattutto – posato il trillante cellulare – trovi il tempo per giocare con i figli.

@Umberto_Rapetto