“Finché regge questo cuore io vado”. Una tv, un dibattito pubblico, un mezzo comizio, una riunione accademica. Qualunque cosa fosse, lei diceva di sì. Amalia Signorelli ha conosciuto nella sua terza età una giovinezza e una passione che la trascinavano ovunque. E l’antropologia, proprio grazie ad Amalia, è divenuta una scienza meno misteriosa, e la politica, sempre grazie alla Signorelli, si è accorta che le argomentazioni, quando sono lucide, logiche, ficcanti, hanno il premio dell’ascolto. Perciò era spesso ospite della tv.

E quella sua voglia, la capacità di dire pane al pane, di esercitarsi in un eloquio popolare ma non banale, di trasmettere passione nelle cose che diceva e per come le diceva, l’avevano già trascinata sul ring della scrittura. “Professoressa, un blog è come una finestra sul mondo. Lei scrive quel che le pare, come le pare e quando le pare”. La collaborazione con ilfattoquotidiano.it era intensa e proficua, tanto che la docente, da pensionata casalinga, si trasformò presto in blogger d’attacco e nell’ultimo periodo in rubrichista di Millennium, il nostro mensile. E le sue parole, prima scritte, sono divenute pietre preziose per i conduttori di talk show sempre in cerca di personaggi nuovi, volti sconosciuti ma pensieri intelligenti da ospitare.

“Ma con questo caldo che ci fa a Roma?”, le ho chiesto l’ultima volta che ci siamo sentiti, in estate, quando la Capitale ardeva e lei, cardiopatica, soffriva ancora di più. “Purtroppo non posso lasciare Roma, il mio cuore fa le bizze e non sono in condizione di spostarmi”.

Ieri ci ha lasciati.

Signorelli era una donna minuta ma colta, con un sorriso aperto e compiaciuto, pronta allo sberleffo come pure al giudizio più meditato e approfondito, sempre disponibile al confronto e pure alla polemica. Era stata discepola del grande etnologo Ernesto De Martino. Ordinaria a Napoli, a Urbino e infine a Roma, aveva lavorato e insegnato a Parigi (Ecole Haute Etudes de Sciences Sociales) e all’università metropolitana di Città del Messico. I suoi studi più approfonditi sono sul tarantismo in Puglia, dentro la cornice ampia della ricerca sulle culture popolari.

Oppositrice non di principio, ferma nelle sue idee (scelse come titolo della sua rubrica su Millennium “Non concilio”), battagliera, simpaticamente testarda nelle sue convinzioni, ha dato il meglio di sé e ottenuto una popolarità che durante la quarantennale carriera universitaria non aveva mai provato. Ferocemente antirenziana (“mi dispiace, non lo sopporto proprio”), si è impegnata allo spasimo durante la campagna referendaria per il No alla riforma costituzionale. Ovunque la chiamassero, se la salute un po’ lo consentiva, correva. Una mia amica mi chiese di agevolarle il contatto: l’avrebbe voluta invitare a Matera. Ero certo che non avrebbe accettato. “E invece, sai, ha detto sì”.

Appena la salute glielo avrebbe permesso, aveva promesso.

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