Allarme: manca la maggioranza. No, tranquilli: una maggioranza si trova sempre. Ha provato ad agitarsi Maria Cecilia Guerra, la capogruppo di Articolo 1 al Senato: ha chiesto un incontro al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Dal 3 ottobre Mdp non è più al governo, ma quello che sembrava una specie di appoggio esterno è finito dopo due settimane, il tempo che ha impiegato il Rosatellum per essere approvato alla Camera. Così da giovedì Mdp non è più neanche in maggioranza. Ci sono rimasti solo il Pd, Ap e i cespuglietti centristi. E allora come fa il governo, si chiede la Guerra, a fare una legge di bilancio e una legge elettorale senza una maggioranza? Domanda puntuale, sotto il profilo della forma. Un tempo al Colle i presidenti del Consiglio salivano anche solo per comunicare l’ingresso di un gruppuscolo in più. Finora invece i governi delle intese medie e soprattutto quello di Renzi ha sempre avuto il cuscinetto di un cuscino d’urgenza alla propria destra. In una parola, Verdini. Se un tempo i voti erano aggiuntivi (come ai tempi delle unioni civili e di qualche legge di bilancio) questa volta sarebbero definitivamente sostitutivi, aiutati dall’aritmetica: fuori i 16 voti di Mdp, dentro i 14 di Ala.

Così le risposte alle inquietudini della Guerra non devono arrivare necessariamente dal Quirinale. Il Rosatellum “è la nostra legge, certo che la votiamo: e ringraziamo Pd e gli altri che la voteranno”, allarga il consueto sorrisone il capogruppo di Ala al Senato, il craxian-verdiniano Lucio Barani, consapevole che il suo gruppo è fondamentale in caso di fiducia. “In tempi non sospetti – dice Barani all’AdnKronos – noi lavoravamo ad un progetto simile, quando bestie di natura diversa come Pd e Forza Italia inciuciavano abortivamente con M5s, che poi si è tirato indietro”. La riforma elettorale che ora ha messo il turbo e avrà la sua probabile approvazione il 27 ottobre “è un nostro prodotto (anche se la Camera l’ha un po’ cambiato) e solo dei minus habens possono arrabbiarsi perché c’è la fiducia: ma si tratta di una fiducia tecnica!”. Barani assicura: “La votiamo convintamente, perché noi i nostri figli li riconosciamo, a differenza di quanto fanno fascisti, nazisti e comunisti… Anche perché ci sono i collegi, ci sono le coalizioni, ci sono le preferenze, ci sono pure le liste corte… Più democrazia di così!”.

La fiducia non è fondamentale anche perché a Palazzo Madama non ci sono i voti segreti. Per giunta sulla carta la riforma ha una maggioranza amplissima: 220 voti su 320. “La maggioranza mi sembra compatta – dice Dario Parrini, deputato del Pd – Le altre forze che hanno con noi sottoscritto l’accordo sono intenzionate a rispettare l’impegno che hanno preso, fino in fondo”. “E’ una legge elettorale che tutti hanno chiesto al Parlamento di realizzare dal momento che con le regole attuali abbiamo leggi disomogenee, leggi che producono grande incertezza, quindi è una legge che è stata condivisa da tante forze politiche” aggiunge Mauro Del Barba, senatore. La fiducia, insomma, è l’extrema ratio. “Non sappiamo se il governo deciderà o no di mettere la fiducia – ha detto il capogruppo democratico Luigi Zanda – ma questo dipenderà anche da noi, se sapremo dimostrare di saper discutere in un modo diverso da quello che ho sentito oggi pomeriggio”. E’ chiaro che M5s, Mdp, Sinistra Italiana penseranno a qualsiasi metodo per fare ostruzionismo e rallentare l’approvazione del Rosatellum.

La fiducia potrebbe diventare necessaria, però, nel caso di una valanga di emendamenti. Roberto Calderoli, il masterpasticciere della produzione propria di proposte di modifica, a questo giro fa parte dell’accordo. Ma anche Loredana De Petris, capogruppo di Sinistra Italiana, se la cavicchia: alla presentazione della riforma costituzionale nel 2014 presentò circa 6mila emendamenti.

Ma la fiducia per paradosso complicherebbe un po’ di più i conti della maggioranza che sostiene la legge, composta da Pd e Ap e le altre composizioni governative ma anche Forza Italia e Lega Nord. Queste ultime due forze non possono votare la fiducia, ancorché tecnica. Alla Camera, infatti, non hanno partecipato al voto. Poi, perfino in Ala, ci sono i mugugni. La rotta ufficiale verdiniana, espressa in conferenza dei capigruppo da Riccardo Mazzoni (braccio destro di Denis), è allineata sull’intero centrodestra: berlusconiani puri e esuli (come quelli di Quagliariello e nel Gal) e leghisti. Ma qualcuno si lamenta. Vincenzo D’Anna per esempio: “La voto, la voto. Ma a malincuore, perché noi avremmo voluto un sistema con il 50 per cento di proporzionale e il 50 di maggioritario. Ma che dire? L’ottimo è nemico del bene, e dunque mi acconcio, anche se è un mezzo pasticcio”. D’Anna prefigura un governo di grande coalizione, ma non per sé: “Guardi – assicura – non aspiro, non mi candido… Anzi, sto per dimettermi da senatore perché corro per la presidenza dell’Ordine dei biologi e in caso di vittoria dovrò andarmene da Palazzo Madama“. Meglio la scienza della politica? “No meglio la politica, ma io sono un giocatore di tressette, come De Mita, e qui giocano a baccarat… Sa cos’è, no? Gioco d’azzardo…”. Oppure Ciro Falanga che oggi ha fatto il primo scherzetto: quando ha visto che il suo ddl sull’abusivismo edilizio è tornato in commissione alla Camera e rinviato alle calende greche, si è alzato e ha cominciato ad avvelenare i pozzi, chiedendo di togliere la riforma elettorale dal calendario del Senato.

Ci sono anche figure più autorevoli che su questa legge vogliono dire la propria. Il presidente emerito, per esempio. Giorgio Napolitano ha annunciato che interverrà in Aula e si è schierato contro la decisione di mettere la fiducia sulla riforma elettorale perché restringe il margine d’azione dei parlamentari.

Gli stratagemmi ci sono. Per esempio si può far pronunciare il numero sufficiente di sì sotto il banco della presidenza anche con la sola maggioranza che sostiene Gentiloni senza far mancare il numero legale: basterà che una decina di senatori di Fi si metta in congedo per abbassare il quorum, oppure che 10-15 rimangano in Aula e si astengano (in Senato l’astensione equivale al no) per far superare l’asticella del numero legale e incassare l’ok definitivo. I numeri in questo caso striminziti: Forza Italia, Lega Nord, il gruppo di Fitto e quello di Quagliariello uscirebbero dall’Aula. I partiti di maggioranza potrebbero mettere in campo 140 voti, sufficienti a contrastare i numeri dei contrari (M5s, Mdp, Si, altri ex M5s). Questi ultimi potrebbero pure loro uscire per far mancare il numero legale. E quindi a quel punto qualcuno del centrodestra potrebbe astenersi. Ma Ala è di manica larga: non è la prima volta che vota sì in modo mirato alle fiducie dei governi di Renzi e Gentiloni. Una volta di più non farebbe male.