L’Arabia Saudita è stata nominata (a scrutinio segreto), per il periodo che va dal 2018 al 2022membro della Commissione Onu sullo status delle donne (Uncsw) , la più importante Commissione sui diritti delle donne, della quale sarà la quarantacinquesima nazione rappresentante.

Tale nazione in realtà già faceva parte del Consiglio sui diritti umani e un suo rappresentante, Faisal Bin Hassan Trad, nel 2015 è stato eletto presidente del Gruppo consultivo del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite (Unhrc).

Senonché, quanto meno allo stato attuale, le donne in Arabia Saudita sono soggette a una sorta di “apartheid di genere”, che ne limita anche la sola presenza in spazi pubblici e anche privati.

Alle donne è proibito lavorare in qualsiasi posto in cui possano venire a contatto con uomini, riducendo le loro possibilità di lavoro ad alcuni settori che prevedano strutture per sole donne, come le banche per donne introdotte nel 1980.

Le donne debbono avere un tutore uomo per ogni incombenza, operazioni chirurgiche comprese, non possono guidare l’automobile, essendo la loro condizione complessivamente subalterna all’uomo e contraddistinta da una privazione pressoché totale di diritti.

La designazione dell’Arabia Saudita fra gli organismi che dovrebbero tutelare le donne getta un’ennesima ombra sull’Onu, ma non sorprende, in quanto le democrazie sono ormai in minoranza e lo stesso concetto di libertà conta ormai poco o nulla.

Eppure, vi sono segnali positivi nel mondo.

Ad esempio, il presidente tunisino Béji Caïd Essebsi ha annunciato delle importanti riforme, con le quali donne e uomini saranno parificati in ambito di successione ereditaria e sarà abrogato il divieto per una donna musulmana di sposare un uomo di diversa religione. Già ora, l’articolo 18 del Codice dello statuto personale, al primo comma, vieta la poligamia.

Questo tentativo (dovuto, diremmo noi) di riforma ha sollevato molte proteste da parte delle anime più fondamentaliste del Paese e non solo.

Nel frattempo, in un altro Stato mediorientale, Israele, è stata eletta una donna alla guida della Suprema Corte, nella persona di Esther Hayutche prenderà il posto di Miriam Naor a partire dalla fine di ottobre; è la terza volta che ciò accade, consentendo alle donne di dare un’impronta particolare al sistema della giustizia israeliana. Last but not least, un ex Presidente di Israele è stato per oltre cinque anni in carcere per abusi sessuali, a dimostrazione che la giustizia israeliana non guarda in faccia nessuno e protegge le donne da qualsiasi maltrattamento in tutti gli ambiti di lavoro, ma soprattutto da qualsiasi abuso da parte di uomini che sfruttino le loro posizioni di potere.

Viceversa, per ironia della sorte, Israele è il Paese che ha ricevuto più condanne dalle Nazioni Unite, specificamente dirette nel settore dei diritti umani, e supera di gran lunga il numero di condanne ricevute da qualsiasi altro paese al mondo.

Tutto ciò induce a pensare che un recupero del pensiero critico e delle riflessioni che ne sono alla base, potrebbe giovare sicuramente alla causa delle donne ma, al contempo, non farebbe un soldo di danno anche agli uomini.

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