Flaminio de Castelmur per SpazioEconomia

Lo spettro dell’automazione si aggira per l’Europa. L’allarme è scattato la scorsa estate, quando i ricercatori di Bruegel, influente think-tank di Bruxelleshanno calcolato che tra il 45 e il 60 per cento della forza lavoro europea rischia, nel corso dei prossimi decenni, di essere sostituita da robot governati da sofisticati algoritmi. Se fare un pilota digitale era più facile del previsto, ora però bisogna dirlo ai taxisti in rivolta perché sostituiti da un guidatore umano chiamato tramite smartphone oggi e da un algoritmo domani. Non solo: bisogna spiegare altrettanto a tutti gli altri interpreti in carne e ossa delle professioni che saranno travolte o trasformate da quella che il Boston Consulting Group definisce “Industria 4.0”: la quarta rivoluzione produttiva, seguita a quelle del motore a vapore, dell’elettricità e delle forme di automazione introdotte negli anni ’70.

Analizzare l’impatto dell’automazione su singole attività lavorative in un preciso contesto aiuta a meglio comprendere le voci che formano il saldo previsto in termini occupazionali. Nel rapporto Man and Machine in Industry 4.0, analizzando 40 “famiglie” occupazionali in 23 settori diversi dell’economia tedesca, gli analisti concludono che l’impatto dell’automazione sarà positivo, per 350 mila unità in un decennio. Ma se per gli scienziati dei dati e altre professioni legate all’informatica ci sarà un boom di poco inferiore al milione di nuovi posti di lavoro, quelli alla catena di montaggio e in altri settori della produzione vedranno una contrazione di oltre 600 mila lavoratori.

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Quale sarà l’impatto sull’occupazione dell’Industria 4.0 se lo è chiesto anche l’autorevole Pew Research che ha girato la domanda a quasi duemila esperti, analisti e costruttori di prodotti tecnologici che hanno partecipato all’inchiesta intitolata Future of the internet. I risultati, resi noti in da poco, concordano su tre punti:

1) I robot e l’intelligenza artificiale permeeranno ogni aspetto della nostra vita nel 2025. La loro diffusione, in particolare, si farà sentire sul settore della salute, dei trasporti, della logistica, dei servizi ai consumatori e della manutenzione della casa;
2) La formazione scolastica e universitaria contemporanea non sono in grado di preparare adeguatamente le persone per le sfide del prossimo decennio e sarebbe bene cominciare a fare qualcosa in proposito;
3) I cambiamenti all’orizzonte saranno un’occasione per rivalutare alcune competenze, ma anche per ripensare il nostro concetto di lavoro. In futuro, insomma, ci sarà più spazio per modelli produttivi che daranno alle persone più tempo libero da trascorrere. La tecnologia, dunque, ci libererà sempre di più dalla fatica della quotidianità e il risultato sarà una relazione più positiva con il lavoro e con le persone.

Sul resto, i pareri sono divisi. Per il 48% degli esperti, la nuova ondata dell’innovazione, fatta di auto che si guidano da sole, robot e network di intelligenza artificiale, impatterà negativamente sulla creazione di posti di lavoro. Nei prossimi anni, dunque, le macchine e i programmi sostituiranno non solo i lavoratori meno specializzati, ma anche gli impiegati. L’altra metà degli intervistati, invece, si dice fiduciosa della possibilità che la tecnologia e l’innovazione saranno in grado di creare più posti di lavoro di quanti ne andranno perduti a vantaggio dei robot. Perché l’uomo, così come ha sempre fatto dalla Rivoluzione Industriale in avanti, non smetterà di creare nuovi tipi di lavoro, nuove industrie e nuovi modi di guadagnare. 

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dati Istat-Eurostat sull’occupazione italiana per categoria professionale parlano chiaro. La contrazione occupazionale degli ultimi tre anni, pari a più di 300mila posti di lavoro perduti, si è concentrata esclusivamente sui lavori di routine, sia quelli manuali (operai, addetti alle catene di montaggio, tipicamente toccati dall’automazione), che registrano un -5 per cento, sia quelli intellettuali (per esempio, numerose categorie impiegatizie), anch’essi giù del 5 per cento. L’occupazione è invece perfino aumentata per i lavori non di routine: +0,9 per cento per quelli intellettuali, una categoria che comprende manager e professionisti, e + 5 per cento per quelli manuali, in cui figurano i lavoratori nell’ambito dei servizi.

Anche in Italia, insomma, emergono i primi segnali di una polarizzazione del mercato del lavoro: mentre una piccola categoria di lavoratori altamente qualificati cresce a livello numerico e retributivo, ma non in maniera sufficiente per trainare la ripresa, la classe media smotta verso occupazioni a bassa retribuzione, ma ancora al riparo dall’automazione.

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