Parto da un libro dello storico Alberto Burgio e della filosofa del diritto Marina Lalatta Costerbosa, intitolato Orgoglio e genocidio. L’etica dello sterminio nella Germania nazista (Deriveapprodi, 2016). La tesi, ma sarebbe meglio dire la constatazione del libro è che i tedeschi non solo sapessero, ma abbiano partecipato entusiasticamente allo sterminio degli ebrei: e prima ancora dei malati, dei portatori di handicap, dei vecchi, degli zingari, degli omosessuali, degli oppositori politici. Quantitativamente lo sterminio degli ebrei (la Shoah) è stata solo un terzo dell’Olocausto, lo sterminio di tutti gli altri.

Che i tedeschi sapessero lo aveva già detto, fra molti, Daniel Goldhagen, I volenterosi carnefici di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto (1996, trad. it., Mondadori, 1997). Qualcuno potrebbe persino sentirsene rassicurato: in fondo, è capitato ai tedeschi un secolo fa, dopo la sconfitta bellica, la rivoluzione russa, le inutili sanzioni di Versailles, la disoccupazione, l’iper-inflazione, e simili. Non ho mai condiviso questa specie di rassicurazione, insultante non solo per i tedeschi, ma per tutti i popoli che hanno praticato stermini, italiani compresi. La mia constatazione è opposta. I volenterosi carnefici sono ancora fra noi: forse, siamo noi.

Nell’epilogo di un libro che uscirà in primavera (Non c’è sicurezza senza libertà, Bologna, Il Mulino, 2017), dico che per l’Olocausto – ma anche per il genocidio degli armeni da parte turca, per lo sterminio dei kulaki nella Russia sovietica, per i roghi delle streghe nell’Europa della Riforma, per il genocidio degli indios americani e per i loro stessi sacrifici umani – ci molte altre spiegazioni più rassicuranti, ma c’è anche l’ipotesi del sacrificio, formulata ad altro proposito da René Girard (La violenza e il sacro (1972), trad. it., Adelphi, 1980). Insisto sull’anche: non solo. Ovvio che massacrare gli ebrei fosse anche un modo per derubarli dei loro beni.

Perché Donald Trump ha già detto che i 55 ultimi prigionieri rimasti a Guantanamo non saranno rimandati a casa, benché non siano stati mai accusati di nulla, e stiano lì da quindici anni solo per testimoniare la superiorità degli Stati Uniti rispetto al diritto internazionale? Perché ci accorgiamo dell’abominio dei Centri di identificazione e di espulsione solo quando qualche migrante ci lascia la pelle e scoppia una rivolta? Perché Giulio Regeni e Stefano Cucchi non sono stati stati solo uccisi, ma orrendamente torturati? Ma perché il sacrificio funziona di più – placa meglio l’ira degli dei o, come pensava Èmile Durkheim, rinsalda più efficacemente i legami comunitari – quando la vittima è innocente: proprio come Cristo, l’agnello offerto in sacrificio per redimere i peccati del mondo.

Ci sono molti modi per dire la stessa cosa. Uno scientifico: anche gli umani, come le altre specie viventi, si sono formati attraverso la selezione naturale. Anche noi, illuminati europei del XXI secolo, portiamo nel nostro Dna i geni dei nostri avi mongoli, che propagarono il loro patrimonio genetico essenzialmente stuprando. Un altro modo di dirlo è letterario, e viene dal Nikolaj Stavrogin dei Demoni di Dostojevski (1873): il quale confessa (cito a memoria) “Ho fatto il bene, e ne ho provato piacere. Ho fatto il male, e ne ho provato altrettanto piacere“.

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Ancora, c’è il modo teologico, proveniente da Isaia, 45-7, che mette in bocca al dio degli ebrei – lo stesso dio degli islamici ed è, per chi se ne fosse dimenticato, pure il nostro – questa breve frase: “Io formo la luce, creo le tenebre, opero il bene, creo il male” (corsivo aggiunto: dio non usa corsivi). Dio ha fatto altre cose, ma ha creato le tenebre e il male: intenzionalmente, non per sbaglio. Intervistata nel film A German life (2016), Brunhilde Pomsel, una delle segretarie di Joseph Goebbels, alla veneranda età di 105 anni, lo spiega pianamente così: evidentemente “Dio non esiste, ma il diavolo sì”.

(Relazione al quarto convegno “Convivere con Auschwitz” La Memoria contro l’indifferenza e la discriminazione)

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