Roberto Giachetti modernizza il linguaggio della politica. Sdoganando l’espressione “faccia da culo“. Macché, si dirà, è un modo di dire di uso comune. Certo, la novità apportata dal vicepresidente della Camera dei deputati è un’altra: ha utilizzato l’espressione sul palco della direzione del Partito Democratico con una motivazione da fine linguista: “La parola culo è sdoganata in tutto il mondo”. Per questo, è il ragionamento, la si può anche associare al concetto di “faccia” e utilizzare il tutto per additare un avversario politico. L’espressione è patrimonio della collettività a tal punto che non solo la si può utilizzare contro un membro di un altro schieramento, ma anche per colpire un collega di partito. Un “compagno“, avrebbero detto quelli che c’erano prima che il Pd riunisse in un’unica grande casa le due principali anime della sinistra. Non sembra nemmeno lo stesso Giachetti che solo pochi mesi fa condannava il decadimento del linguaggio della politica, invitando gli avversari a moderare i toni.

Questa volta, deve aver pensato, è diverso. Il tema è quello della legge elettorale, che ha accompagnato il dibattito sulle riforme nel quale Giachetti si è posto convintamente nella parte dei neo-costituenti: “Mi sembra di trovarmi al gioco dell’oca – premette l’ex radicale dinanzi all’assemblea riunita all’Hotel Ergife di Roma – penso che il Mattarellum sia una legge straordinaria. Ora rimango allibito quando leggo il novello Davide Roberto Speranza dire che è una sua proposta. Ho cercato parole ortodosse per dire cosa io penso. E penso: Roberto Speranza, hai la faccia come il culo. Quando avevi la possibilità di votare il Mattarellum alla Camera eri il capogruppo e hai detto no”. In quel momento al tavolo Matteo Renzi si mette le mani nei capelli, mentre una parte della platea si sbraccia in applausi e una decina di delegati protestano e lasciano la sala. Il presidente Matteo Orfini prova a redarguire Giachetti: “Non avresti permesso nell’aula della Camera di usare espressioni del genere”. E lui, vestendo i panni del linguista, si produce in un mea culpa sui generis: “La parola culo è sdoganata in tutto il mondo. Ma ok, mi correggo: faccia di bronzo“.

Dal 18 gennaio sono passati solo pochi mesi, ma molta acqua (ed elezioni comunali e referendum) sotto i ponti. “Io so perfettamente che il tema Quarto e Pomezia, dove credo che il sindaco non sia neanche indagato, sono argomenti che potrebbero essere utilizzati in campagna elettorale. Però io non utilizzerò questi argomenti”, sentenziava magnanimo l’allora candidato alle primarie per il Campidoglio a Omnibus su La 7, riferendosi ai due scandali che avevano riguardato il M5S nelle due città. Poi pontificava: “Io credo che la politica stia vivendo uno dei momenti più bassi anche dal punto di vista del linguaggio oltre che dei comportamenti, e che questo non aiuti il Paese. Ormai la rissa è d’obbligo”. Ma ora è diverso, i tempi sono cambiati: allora sul tavolo c’erano i guai di semplici sindaci. Invece ora si può, anzi si deve cambiare: qui si parla di legge elettorale, e serve un linguaggio più appropriato.

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