Eugene Smith Olympus

Si apre in questi giorni (visibile fino al 30 ottobre ) la 7°edizione del Festival della Fotografia Etica di Lodi. Un appuntamento denso di mostre e incontri, ben organizzato e di ottimo livello quanto ad autori e lavori proposti.
Ma immancabilmente, al solo nominarla, la parola “etica” in fotografia appare quanto di più scivoloso, inafferrabile, opinabile e ballerino possa esistere.

Dunque non ci provo proprio ad inoltrarmi in questa foresta, anche perché è un tema super dibattuto ai limiti, talvolta, della rissa. Ammesso che possa esistere una “rissa etica”.
Diciamo solo che mentre la fantomatica e imprendibile “verità” è sempre a geometria variabile e dunque un’araba fenice, forse l’onestà intellettuale, quando c’è, è già un bel passo verso un atteggiamento etico.
Ne deriva – questa è l’unica mia considerazione – che non è la fotografia ad essere o meno etica, ma il fotografo. Insomma, il festival dovrebbe chiamarsi, anche se suona meno bene, “Festival dei Fotografi Etici”.

E siccome nulla succede per caso, navigando in rete in questi giorni, mi ha attraversato la strada un’immagine per certi versi sbalorditiva: una pagina pubblicitaria di oltre 50 anni fa in cui la fotocamera di un noto marchio ha come testimonial nientemeno che W. Eugene Smith, che si mostra con essa penzolante al collo; il claim della pagina si chiede perché che il famoso fotografo W. Eugene Smith utilizzi questa fotocamera nei suoi reportage commissionati (per i quali già allora era famosissimo), e segue doviziosa spiegazione tecnica acchiappa-appassionati.

Lo dichiaro senza remore: per Gene Smith ho una sorta di venerazione quasi fideistica, feticistica e forse irrazionale. Ma questo non mi acceca al punto di non voler vedere quante libertà lui si prendesse nel costruire (sì, ho detto costruire!) i suoi mitici e inarrivabili saggi fotografici (principalmente quelli per Life).
Messe in posa, scene addomesticate, interventi in camera oscura talmente radicali da trasformare il risultato. E l’etica? Ebbene oggi, con tutti i nervi scoperti legati a Photoshop & C., con tutto il “politicamente corretto” e i capelli spaccati in quattro, con tutto il mettere le mani avanti, il signor Eugene Smith verrebbe additato come un taroccatore, un millantatore, insultato sui social, escluso dai contest di fotogiornalismo, radiato dalle associazioni di categoria. Al World Press Photo oggi egli non si potrebbe neanche avvicinare, pena sicura gogna pubblica e mediatica.

Eppure oggi Smith è considerato un esempio universale d’impegno, etica, onestà. Per inseguire questi ideali egli si è automassacrato la vita, litigando con tutti, licenziandosi da Life, sfasciando la famiglia, finendo in povertà e in preda alle dipendenze. A lui è dedicato il più ambito premio mondiale per la fotografia sociale e una fondazione (da non perdere la mostra visibile fino al 4 dicembre al Centro Culturale di Milano, dal titolo emblematico “Usate la verità come pregiudizio”).
Dunque? Non era etico Smith? Certo che lo era, se lo riteniamo onesto nell’intento.
E allora perché mai, vien da chiedersi, se oggi un fotografo famoso si presta a fare da testimonial per un marchio o aggiusta una foto viene triturato dalle critiche? Che differenza c’è tra fare sparire un elemento della foto in camera oscura o con Photoshop? Perché 50 anni fa era considerato accettabile comporre gli elementi narrativi e oggi è peccato mortale?

Ecco, parlando di fotografia etica io vorrei capire se c’è un crinale, se c’è un prima e un dopo, cosa ci è accaduto. Poi però, siccome solo i cretini sono coerenti, io per primo non lo sono: altrimenti non si spiega perché, d’istinto, assolvo i “peccati” di Eugene Smith mentre divento anch’io piuttosto rigido e intransigente di fronte a certa deriva “autoriale” del reportage, quando per autoriale si intende interpretativa e dunque molto svincolata da regole non scritte ma essenziali, dove il fotografo tende a far sentire troppo la sua presenza.

La fretta attuale di affermarsi come autori e le pressioni del mercato consentono ancora – e quanto? – l’onestà intellettuale del fotografo? Questa è la domanda che pone una “fotografia etica”, o meglio da porre al fotografo etico. Eugene Smith ha risposto con la sua vita stessa, vita etica senza strategie e calcoli.
Non serve dichiararsi fotografi etici, è sufficiente vivere eticamente. Ma è proprio su questo fronte che oggi, forse, nascono certi dubbi.

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