L’amore è cambiato, plasmato dalla guerra. Aleppo era la città dell’amore, teatro di alcuni dei più bei romanzi siriani. “Ci sono ancora le feste di nozze – racconta Younes Shasho, capo di una ong locale – ma non come una volta. Io sono uno di quelli che si è sposato in tempo di guerra. Ho due figli e una moglie, sono in Turchia“. “I matrimoni si sono adattati alla guerra, non si invitano più tante persone perché gli assembramenti vengono presi di mira dai raid aerei”, riflette Assad che si è appena sposato. Vive con sua moglie nella stessa palazzina dei suoi genitori. Manda una foto di quello che vede dalla finestra di casa sua: ci sono altri palazzi di un marrone chiaro. Sul cancello del parchetto sotto casa sua si vede uno striscione con l’immagine di suo fratello piccolo, un adolescente, morto sotto un bombardamento.

“Ma la vita continua per i bambini. Sono loro a darci la speranza e noi la diamo a loro – dice convinto Younes Shasho – ogni giorno seppellisco un amico a cui ho voluto bene. Altri hanno lasciato la città nel corso di questi anni. Noi dobbiamo rimanere. Qui si dice ‘il paradiso senza gente non può essere calpestato’: Aleppo non può esistere senza giovani che si impegnano per gli altri. Ho scelto di rimanere qui perché questa è la nostra città, la nostra patria. Non voglio lasciarla ai lealisti, all’Isis o al Ypg (la milizia della regione a maggioranza curda nel nord del Paese, ndr). Se abbandonassi la città chi darebbe da mangiare a chi è rimasto? Chi insegnerebbe ai bambini? Chi soccorrerebbe i feriti? Ho scelto di rimanere qui, insieme agli amici con cui ho condiviso tanti momenti. Ci facciamo forza l’un l’altro”.

Solo due giorni fa, verso le 16, un missile è cascato vicino a dove si trovavano alcuni amici di Younes. Due sono in gravi condizioni, il terzo è ferito ma ce la farà. “Uno di loro vive con me eg era già in una situazione difficile, perché tempo fa era stato ferito in maniera grave a una gamba e alla mano. Non ci si può curare bene, mancano gli ospedali”, sospira Younes.

Dieci giorni fa, dei raid aerei hanno colpito cinque ospedali e una struttura di trasfusione del sangue nella zona assediata di Aleppo. Sia Assad che Younes raccontano che la gente si raduna in strutture improvvisate adibite alla raccolta della donazione del sangue. Nella città di Idlib, città sotto le bombe a 70 km a sud ovest di Aleppo, gli ospedali locali hanno rivolto un appello ai cittadini a donare il sangue per la città martire. “E’ impossibile che il sangue arrivi nella zona assediata. Qui non entra nulla”, è sicuro Assad. Per Younes “il sangue raccolto a Idlib andrà a finire nelle zone a nord della città, dove è in corso la battaglia. Lì è facile farlo arrivare”.

Mahmud ha lasciato Aleppo prima dell’assedio. Ora parla rassegnato del futuro: “Pensi alla vita che avevi prima. Non ti aspettavi di diventare quello che sei oggi. Gente che studiava medicina oggi si ritrova a lavorare nel mercato nero. Alcuni vedono il futuro in Europa, in Germania: prendono il visto e si costruiscono lì un futuro. Altri, pensano che non ci possa essere futuro altrove perché ti senti sempre straniero e orfano della tua patria”. “Oggi – prosegue – le organizzazioni della società civile lavorano come all’inizio: soccorso sanitario e alimentare perché la situazione è diventata talmente difficile che dobbiamo rimandare ogni altra cosa a un futuro che non conosciamo”.

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