L’Eni chiude il primo semestre con una perdita netta complessiva pari a 1,24 miliardi di euro, contro l’utile di 735 milioni dello stesso periodo dello scorso anno. A fornire le cifre è lo stesso Cane a sei zampe nella nota sui conti approvati dal cda, spiegando che il risultato “riflette la continua debolezza del prezzo del petrolio (-26%) e del gas Italia”, ma anche “l’impatto del fermo in Val d’Agri per l’intero secondo trimestre, attenuati dalla crescita delle produzioni in altre aree, dalla riduzione dei costi e dai minori ammortamenti”. Lo stop dell’impianto in Basilicata è stata una scelta dell’azienda, legata al sequestro da parte della magistratura di alcune strutture dello stabilimento, che la stessa procura aveva spiegato non essere necessaria.

In seguito all’inchiesta sul centro oli di Viggiano, al centro dello scandalo che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro Sviluppo economico Federica Guidi, il gip di Potenza ha disposto il sequestro di due vasche della struttura, oltre che al pozzo di reiniezione “Costa Molina 2″ a Montemurro (Potenza). Dopo questa decisione, la compagnia petrolifera ha avviato le procedure di cassa integrazione per 354 dipendenti e annunciando le lettere di sospensione contrattuale e degli ordini di lavoro con i fornitori del Centro Oli. Scelte rispetto alle quali perfino FederPetroli ha espresso stupore e contrarietà, parlando espressamente di un “suicidio aziendale”. Non a caso, davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti, il procuratore della Repubblica Luigi Gay, i suoi sostituti e il questore di Potenza, Giuseppe Gualtieri, avevano spiegato che lo stop dell’impianto non era necessario. Da parte sua, Eni aveva sostenuto che sarebbe stato impossibile continuare a produrre senza violare comunque la legge e senza trasformare il Centro Oli in un impianto di smaltimento dei rifiuti, il che avrebbe richiesto tempi lunghi e investimenti ingenti.

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