Riceviamo e pubblichiamo la lettera della deputata Catia Polidori (Forza Italia)

Egregio Direttore, 

premetto: non sono un medico, pertanto non entrerò nelle dispute combattute a colpi di trattati, studi clinici e sperimentazioni, spesso branditi dagli addetti ai lavori come un’arma per sminuire e persino screditare le tesi di altri addetti ai lavori non ritenuti parimenti ‘degni’.

Non sono un medico, tuttavia, nel leggere l’articolo dal titolo: “Metodo Di Bella, storia del convegno (mancato) all’Università di Bologna” a firma del Dr. Marco Bella mi sono venute alla mente delle brevi riflessioni che, se mi consente, avrei piacere di condividere con Lei ed i lettori del Suo giornale.

L’autore ci spiega le ragioni del “mancato” convegno del Dr. Di Bella con la stessa soddisfazione che avrebbe tradito il Ministro dell’Interno nell’annunciare lo sventare da parte delle forze dell’ordine un attacco terroristico in un luogo sacro.

Ecco, non sono restata tanto colpita dagli aggettivi poco edificanti rivolti all’indirizzo di un medico, il Dr. Luigi Di Bella, del metodo omonimo e dei ricercatori suoi colleghi relatori (regolarmente iscritti all’ordine). Nemmeno la questione delle “farmacie accreditate” dalla Fondazione Di Bella mi ha sorpreso particolarmente, come se la pratica degli ‘accreditamenti’ non fosse anche una consuetudine della ‘medicina ufficiale’. Ciò che, invece, ha destato la mia attenzione fino a spingermi a scriverLe è il fatto che in una università o comunque in un luogo di Cultura (la maiuscola non è un refuso di stampa) non si possano affrontare, approfondire, sviscerare e finanche confutare delle tesi. Se è così mi aspetto un indice delle materie ‘proibite’. Mi sa di censura. E non mi piace. Ritenere “inopportuno che un’università pubblica prestigiosa come quella di Bologna possa ospitare questo convegno” francamente non lo comprendo e non posso condividere quanto scritto di seguito: “cornice di un tale evento potrebbe preferibilmente essere piuttosto una delle tante strutture private…” (risparmio il resto) .

Per l’autore dell’articolo, insomma, il pericolo da scongiurare è che la “psudomedicina” sia legittimata anche solo indirettamente e le sue ‘pseudo teorie’ avvalorate dalle pareti ‘sacre’ dell’ateneo bolognese, prima ancora che dal locale ordine dei medici.

E la libertà di parola e informazione? E la libertà di cura? E il libero arbitrio del paziente a scegliere come farsi curare e, al limite, non farsi curare? Per non parlare della pessima opinione che il Dr. Bella deve avere dell’uditorio e della sua capacità di discernimento.

Abbiamo consentito ad un imputato per omicidio colposo plurimo di tenere una lezione di gestione del panico nella prestigiosissima università La Sapienza di Roma (senza con ciò voler paragonare minimamente il Dr. Di Bella e gli altri relatori al ‘docente’ in questione) e poi censuriamo dei medici titolati, fino a prova contraria?!

Lo trovo ridicolo e offensivo, prima che per gli interessati, per amore di libertà, del confronto culturale e del progresso scientifico. Ideali per i quali – io credo – l’istituzione universitaria dovrebbe battersi anche a costo di sacrificare qualche pretesa di superiorità. Chissà cosa ne penserebbe Giordano Bruno.

On. Catia Polidori

Riceviamo e pubblichiamo la risposta dell’autore del post, il professor Marco Bella 

Al di là della vicenda specifica, questa lettera può essere uno spunto di confronto costruttivo sull’opportunità o meno di concedere un’aula universitaria per tematiche controverse.

Partiamo dalla parte che condividiamo entrambi. L’on. Polidori sembra accettare che un qualche forma di censura, seppur a malincuore, sia necessaria, non essendo possibile invitare chiunque a parlare in un‘università pubblica, e cita il caso di Schettino alla Sapienza. Va ricordato che l’ateneo si è profondamente dissociato dall’iniziativa, avviando anche un provvedimento disciplinare contro il docente che aveva formulato l’invito.

Il punto cruciale della lettera è questo:

“Abbiamo consentito ad un imputato per omicidio colposo plurimo di tenere una lezione di gestione del panico nella prestigiosissima università La Sapienza di Roma (senza con ciò voler paragonare minimamente il Dr. Di Bella e gli altri relatori al ‘docente’ in questione) e poi censuriamo dei medici titolati, fino a prova contraria?!”

Qui ci sono due fallacie logiche. La prima è che se errore è stato invitare Schettino all’università, questo non giustifica il perseverare. La seconda è che Catia Polidori aveva già ammesso all’inizio della lettera la sua non competenza nel campo specifico.

“…premetto: non sono un medico, pertanto non entrerò nelle dispute, combattute a colpi di trattati, studi clinici e sperimentazioni…”

Tuttavia Catia Polidori ritiene che i relatori siano “medici titolati”, presumibilmente persone dal curriculum prestigioso che però non è sembra in grado di valutare. Effettivamente, non tutti i relatori sono medici, ad esempio secondo il sito dell’università di Bologna il Prof. Paolo Scampa, che avrebbe presentato l’intervento dal titolo “radioattività e cancro”, è ricercatore confermato nel Settore scientifico disciplinare di Lingua e Traduzione-Lingua Francese.

Se si tralasciasse un’analisi critica dei contenuti e delle competenze dei relatori, si potrebbe tenere qualsiasi incontro nelle aule universitarie; ignorando chi sia Schettino, addirittura il cancellare il suo intervento potrebbe essere bollato in modo semplicistico come censura. Autorizzare un evento presso una struttura universitaria non può prescindere però da un’analisi nel merito.

Il cosiddetto “Metodo di Bella” non è altro che una forma di chemioterapia inefficace e dannosapraticata da medici (che non visitano certo gratis) i cui nominativi sono riservati, i cui prodotti sono venduti a caro prezzo solo in alcune farmacie accreditate, e ai cui pazienti è caldamente suggerito di non rivelare la propria identità ma solo di diffondere in rete i presunti risultati positivi in forma anonima.

Questa segretezza è incompatibile con la richiesta di un’aula in un’università pubblica per diffondere presunti miracoli che mai potranno essere verificati in modo indipendente. Scrive anche l’on. Polidori: “Ciò che, invece, ha destato la mia attenzione…[] è il fatto che in una università o comunque in un luogo di cultura…[] non si possano affrontare, approfondire, sviscerare e finanche confutare delle tesi.”

Nel programma del convegno in questione non era programmato alcun dibattito o contraddittorio. Le ipotesi su cui si basa la “terapia Di Bella” sono state smentite più volte. Da imprenditrice, penso Catia Polidori sia consapevole dell’importanza del marketing per vendere i propri prodotti. Un approccio frequente è di utilizzare una terminologia il più possibile complicata (tipo ad esempio “Semiotica Biofisica Quantistica”), titoli altisonanti e accreditarsi presso prestigiose strutture pubbliche. Al di là delle nozioni, il compito dell’università è di sviluppare il pensiero critico, non di fornire “consigli per gli acquisti” di qualcosa inutile e dannoso e mettendo a rischio il bene più prezioso: la propria salute.

A differenza dei tempi di Giordano Bruno (citato inoppotunamente dall’on. Polidori) il nostro meraviglioso paese garantisce la libertà di cura (e anche non cura) e opinione. Il convegno in questione potrà quindi essere tenuto in una struttura privata e se qualcuno del pubblico riterrà che la propria salute possa migliorare spendendo soldi (perché le pseudocure non sono mai gratis) in terapie inutili e dannose, potrà (con mio dispiacere) liberamente esercitare questa scelta. Una decisione è però consapevole solo in presenza di un’informazione corretta, quella che i docenti di un’università pubblica hanno il dovere di fornire.

Un simile evento scientifico a cura della Fondazione Di Bella al quale aveva partecipato anche il Dr. Giancarlo Pizza, il presidente dell’ordine dei medici della provincia di Bologna, era stato tenuto a San Marino nel 2010.

Tra i relatori allora figurava anche il dottor (in farmacia) Domenico Biscardi, il quale ha affermato in un’intervista di curare i tumori con un disinfettante allo iodio, e che è stato presentato su un articolo di giornale come un medico che opera a Caserta, tanto da causare una dura presa di posizione (culminata con una sanzione) da parte dell’ordine dei giornalisti verso chi aveva scritto l’articolo.

Non ritiene l’on. Polidori che Giordano Bruno soppeserebbe attentamente l’opportunità di organizzare altri eventi curati dalla Fondazione Di Bella in un’università pubblica?