Da anni le coste del vecchio continente sono flagellate dalla nera marea che attraversa l’Atlantico e la Manica, provenendo dal mondo anglosassone. Ossia quel quadrante della globalità dove continua a concentrarsi il dominio; abitato da chi ancora tiene in mano buona parte dei fili del governo planetario (gli Stati Uniti) e chi concorre a maneggiare gran parte del denaro in circolo (il Regno Unito). Ed è inquietante soltanto pensare quanta parte dei nostri destini dipenda dagli assetti di potere e dai cumuli di preconcetti (gabellati per idee) che si raccolgono lungo l’asse Londra-New York; egemonico ormai da tre secoli, in quanto saldamente al centro del sistema-Mondo capitalistico.

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È di stasera la notizia che il vantaggio accumulato da Donald Trump nelle primarie repubblicane lo candida definitivamente a primo contendente nella corsa alla Casa Bianca. Ciò che agghiaccia non è solo e non tanto l’idea che potremmo presto ritrovarci con la top leadership mondiale incarnata da uno che fa più uso di fard color terracotta perfino di Silvio Berlusconi, si pettina come Aldo Biscardi, colleziona pupe tipo playmate quanto un Flavio Briatore, condivide l’ideologia spara-spara di Matteo Salvini. Se fosse possibile, ancora più inquietante è l’idea che il corpo elettorale titolato a esprimere la parola definitiva sul comandante in capo della più mastodontica macchina bellica odierna – i cittadini americani – è composto da recidivi nell’incoronazione di emeriti babbei, che hanno prodotto sfracelli. E sono stati pure rieletti: il rimbambito Ronald Reagan, il cerebroleso George Bush jr.

Dati tali precedenti, come non paventare il canonico “non c’è due senza tre” e ritrovarci con il palazzinaro Trump a fare la caricatura di quel dottor Stranamore che già a sua volta era caricaturale?

Mentre si va consumando questa tragedia farsesca, l’Inghilterra, beatamente sotto il tallone dei finanzieri d’assalto spalleggiati dai tycoon dei media loro compari, si prepara ad affrontare il referendum sull’appartenenza o meno all’Unione europea sotto la guida di un premier screditato quale David Cameron; dopo i suoi “dico-disdico” sulla propria presenza negli elenchi dei Panama Papers, l’albo d’oro degli highlight nell’evasione fiscale internazionale. Brexit che spaventa più politicanti genuflessi al capitale alla Jean-Claude Juncker che non chi rimpiange l’idea di Europa proclamata a Ventotene. Prima che fosse sommersa dalle ondate nere.

Mostruosità diverse – quelle incarnate da Trump e Cameron – che hanno una matrice comune nella filosofia utilitaristica, nata negli incubatori anglosassoni e poi scappata di mano agli apprendisti stregoni; diventando il contagio intellettuale che ci infetta da una quarantina d’anni (“i quaranta ingloriosi”, come li ha bollati Thomas Piketty). Otto lustri: chiamandoli NeoLib scomodiamo una parola che dovrebbe essere soffusa di un’aura sacrale per la saggezza dell’Occidente: libertà.

Il guaio è che il pensiero liberale ha subito una netta biforcazione: la libertà francese si radica nella società, quella anglosassone si ancora nella proprietà (identificazione alle origini della rivoluzione inglese). E oggi impera quest’ultima.

L’americanizzazione (anglosassonizzazione) del mondo che da troppo tempo volgarizza le nostre vite – cancellando dalle tavole dei valori solidarietà e responsabilità – è figlia di questa logica del “sei quel che hai”, “pago, dunque comando”. Visione miserrima che sta conducendo l’intero mondo allo schianto.

Sebbene gli anticorpi per curare tale follia siano reperibili anche nella tradizione di lingua inglese: da John Stuart Mill a Bertrand Russell, a Mary Douglas. Sempre che qualcuno se ne ricordi, prima che arrivi la Terza Guerra Mondiale dichiarata dall’idiozia.

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