Il Pd e Matteo Renzi. Ignazio Marino dice di non volersi togliere alcun sassolino ma il partito e il premier ricorrono a più riprese durante la conferenza stampa in cui l’ex sindaco di Roma ha presentato il libro, Un marziano a Roma, in cui racconta i suoi due anni e mezzo alla guida dell’amministrazione capitolina. “Sono contento di aver avuto l’opportunità di governare Roma per 28 mesi e di scrivere un saggio che racconta quali sono gli ostacoli principali al buon governo – aveva detto in mattinata a Radio Capital prima della presentazione – ostacoli che hanno portato ad accumulare quasi 24 miliardi di debiti dal dopoguerra ad oggi”.

“A differenza dal Pd – è la prima stoccata verso il suo partito – che avrebbe molto gradito andassi in Alaska o Nuova Zelanda sono stato a Roma a studiare e scrivere ed incontrare le tante persone che hanno apprezzato il cambiamento radicale che abbiamo portato avanti. Dopo 50 anni, ad esempio, abbiamo chiuso la più grande discarica del mondo”. “Non mi tolgo nessun sassolino – ha detto ancora – E’ un racconto lineare, denso di numeri e dati. In questi giorni parlerò del mio libro e dell’analisi che fa di questa città, e di partiti voraci, sia a destra che a sinistra, che fingono di litigare durante il giorno e poi si siedono tutti a tavola con persone adesso anche arrestate“.

L’offensiva riprende poi nella sede della stampa estera. Gli strali partono tutti in direzione di via del Nazareno: “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella di isolamento“, ha risposto a chi gli chiedeva se durante il suo mandato non si fosse isolato politicamente. Un consiglio, scrive Marino nel libro, glielo avrebbe dato Marco Causi, voluto dal premier vicesindaco con delega al Bilancio nell’ultimo rimpasto del luglio 2015: “Tu lasci Roma, vai a Philadelphia, spegni il cellulare e diventi irreperibile per otto o dieci giorni. Così per irreperibilità del sindaco il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. “Questa frase, o comunque l’argomentazione in essa contenuta, non mi appartiene e non l’ho mai usata – ha risposto Causi con una nota – si tratta di un falso. Un falso che mi offende e mi rattrista”.

Per l’ultimo rimpasto di giunta, però, “mi sono fidato dei consigli di Matteo Orfini che sosteneva di averne discusso con il capo del governo. Io ho condiviso questa scelta e me ne assumo la responsabilità, non mi aspettavo che alcuni degli assessori nominati fossero arrivati lì con il compito di guastatori“. Una giunta commissariata che, per l’ex sindaco, aveva un solo scopo: “Quello che è successo l’anno scorso è che un governo che non è passato attraverso un vaglio elettorale ha indicato un commissario straordinario al posto di un sindaco eletto da centinaia di migliaia di persone. Fu una lesione della democrazia“.

Il 2 novembre è stato l’ultimo giorno da sindaco di Ignazio Marino. Dopo cinque mesi la situazione di Roma è migliorata o peggiorata?, la domanda posta in mattinata su Radio Capital. “Se la vede dal punto di vista del capo del governo Roma è migliorata perché stanno ritornando le lobby. – ha risposto diretto il chirurgo – il cittadino, rispetto alle lobby che governano la città e si riuniscono nei salotti, vanno a pranzo con il presidente del Consiglio e decidono quali devono essere le aree dove costruire, ne soffre”.

“Le lobby ne hanno un grande vantaggio – aggiunge – d’altra parte è la politica che in questo momento sta conducendo un governo di centrodestra dove Matteo Renzi governa con gli uomini di Berlusconi. Il governo Renzi vuole tornare indietro perché vuole una Roma che sia nelle mani di questi costruttori che più che imprenditori sono ‘prenditori'”. “Roma era in una situazione drammatica e bisognava sganciarla dalle lobby – rincara poi durante la conferenza stampa – purtroppo questo non è quello che vuole il governo di Matteo Renzi: preferisce sedersi ai tavoli con le lobby e decidere lì”.

Un’occasione, quella del libro, per dire la propria sull’accusa di aver utilizzato le carte di credito del comune per spese private. “Io leggo su giornali questioni che non apprendo neanche con i magistrati – ha detto Marino – io ritengo di non aver nulla di più da spiegare di quel che ho fatto. Quando verrò chiamato spiegherò a proposito di questi 12 mila euro che mi vengono imputati. Mi piacerebbe che la stessa trasparenza venisse utilizzata dal capo del governo che, leggo sui giornali – ha speso in un anno come presidente della provincia di Firenze (che è più piccola nella capitale) 600 mila euro in spese di rappresentanza, rapidamente archiviate dalla magistratura contabile”. “Mentre io li ho pubblicati immediatamente in rete – ha ripreso poi l’ex sindaco in conferenzaa – il Comune di Firenze, né sotto il governo Renzi né Nardella, ha ritenuto giusto, democratico e trasparente pubblicare quegli scontrini. Ognuno ha la visione della democrazia con la quale culturalmente è cresciuto”.

L’ex sindaco non ha però sciolto la sua riserva su una sua possibile ricandidatura al Campidoglio. Interpellato diverse volte dai giornalisti, non ha risposto nemmeno a chi gli ha chiesto chi avrebbe votato o preferito tra Virginia Raggi , candidata del M5S, e Roberto Giachetti, candidato del Pd: “Diversi candidati hanno detto che non solo non hanno un programma ma non hanno nemmeno iniziato a scriverlo”, ha detto Marino in riferimento a quest’ultimo, che il 20 febbraio, a pochi giorni dalle primarie del centrosinistra dichiarava di “non avere un programma, perché i programmi si costruiscono dopo le primarie”. Ma in un passaggio della sua conferenza stampa, Marino ha anche sbagliato a pronunciare il nome del candidato sindaco Dem chiamandolo Riccardo. “Non lo conosco personalmente – si è poi giustificato – mentre Virginia Raggi sì”.

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