L’esercito degli invisibili arriva in Europa attraversando il Mediterraneo con imbarcazioni di fortuna: trovando un varco alle frontiere, marciando lungo i binari dei treni e le autostrade, sfuggono alle guerre, alla fame, all’instabilità politica, cercano un rifugio, un lavoro.

In Italia i migranti sono accolti nei centri di primo soccorso e accoglienza (Cpsa), dove ricevono le prime cure mediche, vengono foto-segnalati e possono richiedere la protezione internazionale. Altre soluzioni sono i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) o i centri di identificazione ed espulsione (Cie), dove sono trattenuti i migranti giunti in modo irregolare che non fanno richiesta di protezione internazionale o non ne hanno i requisiti, per un tempo funzionale alle procedure di identificazione e a quelle successive di espulsione e rimpatrio.

In tutti i casi, si tratta di edifici, luoghi, concepiti secondo una logica perennemente emergenziale: in questi centri, allestiti in modo approssimativo, difformi tra loro per gestione e funzioni, ricavati da fabbriche, caserme, capannoni industriali dismessi, non c’è traccia di progettualità dello spazio.

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Per molti migranti – regolari e irregolari – la prima (e spesso l’unica) opportunità di lavoro, dopo essere arrivati in Italia, è il bracciantato agricolo, in condizioni di sfruttamento ripetutamente denunciate e inascoltate. Raccolgono arance, mandarini, uva, kiwi, contribuiscono al Pil nazionale, permettono all’Italia di esportare pomodori nella misura del 50% per cento dell’intera produzione dell’Unione europea; nonostante questo vivono per mesi in uno stato di costante emergenza abitativa: i casolari fatiscenti, le baraccopoli, le tendopoli di fortuna, sono la regola.

Perché non si può andare oltre questo surreale paesaggio che rende definitiva e strutturale una condizione che dovrebbe essere al massimo provvisoria e episodica ma definitivo. Un paesaggio che prevede tende della protezione civile, recinti, muri, filo spinato, dove si vive in modo contrario al decoro, dove si viola la dignità dell’individuo? Perché non si può immaginare una strategia progettuale per dare accoglienza ai migranti, senza che l’estetica prevalente ricordi quella dei lager? Può, l’Italia dell’Expo Milano 2015, del made in Italy agroalimentare, consentire che i lavoratori della terra che contribuiscono al suo successo nel mondo, operino e vivano in luoghi dove è bandita la compassione? Come si è arrivati ad accettare, ad inserire nel panorama fisico e mentale della modernità un simile degrado del valore morale e sociale della persona umana e del lavoro?

Intervenire su questi temi con la propria capacità progettuale e politica dovrebbe costituire per gli architetti un fronte di impegno, indicando soluzioni compatibili con lo stato di necessità, garantendo, con l’architettura, il decoro e la dignità della persona.

Ha provato a dare una prima risposta a questi temi, il Workshop “Architecture & Refugees” che si è svolto a Roma in questi giorni, organizzato da HousingLab del DiAP, insieme alla facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma e a Emergency Architecture & Human Rights, Denmark, con la partecipazione di docenti della The Royal Danish Academy of Copenhagen KADK. Lampedusa, Augusta, Sassari, Manduria, Roma, sono alcuni dei casi presi in esame per cercare di rispondere all’emergenza profughi in Europa garantendo la dignità, per progettare soluzioni architettoniche che possano ridurre il conflitto, favorire l’integrazione e l’accoglienza.

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