Nel suo pezzo sul Fatto ieri in edicola, Roberta Zunini segnala gli errori dei servizi francesi che, pur avvertiti dall’intelligence irachena e saudita sul commando autore del massacro, non ne hanno tenuto conto per evitare la strage di Parigi. Tra le carenze più evidenti dei servizi francesi, la mancata adozione degli stessi sistemi di copertura usati dai terroristi – come rileva il direttore della Cia John Brennan – adottando il sistema messaggistico della Play Station 4, anziché quelli rintracciabili degli smartphone. Mentre dal canto suo, Francois Heisbourg, a capo dell’Istituto per gli studi strategici di Ginevra, ritiene che “il problema più grande non sia stata la carenza di informazione sui sospettati, ma la mancanza di capacità di mettere assieme ed elaborare le informazioni”.

Se queste sono tra le principali carenze dei servizi francesi, la situazione in cui versano i servizi italiani è stigmatizzata dall’ex capo del Sisde generale Mario Mori nell’intervista concessa al Foglio di ieri: “Servizi che nel nostro paese sono stati devastati – anche se – poi si pretende che siano pronti, efficienti, capaci di prevenire, Dio non voglia, anche atti di terrorismo”.

“Il servizio si chiama segreto perché dovrebbe operare quanto meno in segretezza – premette precisando Mori – e invece in Italia l’agente del servizio si muove sempre col timore di incorrere in qualche censura di tipo politico o giudiziario”.  Tanto è vero che “a richiesta della magistratura in questo paese sono stati diffusi dati personali e fotografie di agenti del servizio”.

Una fonte del Ministero dell’Interno da noi interpellata, in cambio dell’anonimato, rivela “la scarsa sicurezza degli agenti che spesso si ritrovano ad agire in condizioni di copertura a dir poco carenti. Può succedere che l’elenco dei nomi di agenti passino di tavolo in tavolo dove anche l’ultimo archivista può risalire ai dati personali, compresi gli indirizzi, i numeri di telefono e quant’altro”. “I servizi che dall’esterno possono apparire invalicabili come fortezze – prosegue la nostra fonte – all’interno sembrano un set cinematografico dove le quinte apparentemente solide, possono cedere al primo alito di vento”.

“I servizi non sono polizia giudiziaria, non seguono le stesse regole, hanno un altro compito – torna alla carica Mori – per questo dipendono direttamente dal governo e non dalla Magistratura: per questo sono segreti”.  Anche se “il principio stesso del segreto sembra incompatibile con l’Italia”. Se per esempio “il servizio segreto italiano vuole intercettare dei terroristi deve chiedere il permesso al procuratore generale e già, nel momento in cui ha chiesto il permesso, la sua operazione non è più segreta: ne sono a conoscenza almeno tre o quattro persone esterne”. “Ciò nonostante solo in Italia – denuncia Mori – il servizio è stato tempestato d’inchieste con effetti paradossali nei confronti delle intelligence dei paesi alleati”.

Ma come si entra e come si fa carriera nei servizi nostrani?

Secondo il generale Mori “in Italia non c’è nemmeno una vera carriera nei nostri servizi. I vertici cambiano con la stessa frequenza con la quale si alternano i rissosi governi. Adesso ho letto che forse sarà aumentata la dotazione di bilancio. Ma i buoi sono scappati da un pezzo. Per avere dei servizi efficienti ci vuole cura e tempo”. Ma anche, ci permettiamo di aggiungere, una seria selezione degli aspiranti collaboratori visto & considerato che “la maggior parte – come precisa la nostra fonte – è figlio di, cugino di, compagno di scuola di…”, e via discorrendo.

Come del resto abbiamo avuto modo di constatare – frequentando un conoscente per diversi anni – la notevole quantità e vastità di informazioni detenute dalla nostra fonte, con conseguenti annessi & connessi sospetti nei suoi confronti. Questo fino a quando andò in pensione. Dopodiché, l’amico finì con l’ammettere di aver lavorato per diversi servizi ai quali aveva potuto accedere grazie ai suoi genitori, entrambi ex agenti di rilievo dei suddetti.

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