Il marziano cercava consigli, forse un appoggio formale. Ha trovato solidarietà, e un suggerimento: “Fai quello che senti, ma caricare questa vicenda di significati politici nazionali non avrebbe senso”. Dalla sua trincea in Campidoglio, domenica 25 ottobre Ignazio Marino ha telefonato a Pier Luigi Bersani. Il sindaco dimissionario sperava in un sostegno della minoranza dem. Quella che pure è stata gelida nei confronti della sua elezione e del suo mandato. Ma che venerdì scorso, quando la direzione nazionale del Pd ha votato sul rinnovo dell’incarico di commissario del partito romano a Matteo Orfini, ha mostrato pollice verso con i suoi otto no. Un atto simbolico, a fronte dei 181 sì. Ma Marino ha ugualmente notato quelle spalle girate al suo primo avversario. E ha cercato Bersani. Il colloquio è stato “molto cordiale”, raccontano.

L’ex segretario dem gli ha manifestato calore e dispiacere per “una vicenda pesantissima”. Lo ha ascoltato. Ma non si è spinto più in là. “Non ho dato consigli, non ne do mai” ha spiegato Bersani ai suoi. Però un’indicazione gliel’ha data: “Questa è una vicenda da non politicizzare sul piano nazionale, valuta tu il da farsi in base a come ti senti e al bene della città”. Tradotto, almeno per come l’ha capita Marino: non andare dritto contro Renzi. Parole comunque importanti per il sindaco. Convintosi ormai dell’esigenza di non attaccare frontalmente il rottamatore, e di non rinnegare il Pd. “Io l’ho fondato questo partito” ha rivendicato domenica al microfono, arringando i sostenitori in piazza del Campidoglio. Marino vuole presentarsi come un democratico, ingiustamente vilipeso dal Pd. E gioca di contropiede, con i dem che annaspano e prendono tempo. Lo confermano i tormenti dei 19 consiglieri comunali, che invocano l’intervento di Renzi per sbrogliare la matassa.

Ieri mattina si sono riuniti, per poi partorire una nota attendista: “Ribadiamo che il gruppo consiliare e il Partito democratico sono tutt’uno nel giudicare l’amministrazione Marino. La posizione assunta dal Pd nazionale e da tutti noi non è mai cambiata rispetto al 12 ottobre, quando il sindaco ha presentato le dimissioni, ogni futura decisione sarà condivisa e concordata con il partito”. Un sostegno formale a Orfini, che ad oggi non controlla un gruppo spaccato. Lo ammette lo stesso capogruppo Fabrizio Panecaldo: “Ognuno di noi ha una posizione diversa: io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre”. Impossibile, insomma, convincere tutto il gruppo a votare la sfiducia assieme a Fi e ai 5 Stelle. Che non a caso, con Marcello De Vito, pungono: “Siamo pronti a una mozione congiunta con il Pd per sfiduciare Marino, la smettano di giocare a poker”.

Panecaldo appare invece più possibilista riguardo a eventuali dimissioni, “a patto che il quadro muti”. Ma anche se lasciassero tutti e 19 non basterebbe, perché subentrerebbero i non eletti. Per staccare la spina a Marino servirebbe che si dimettessero 25 consiglieri su 48: un favore che le opposizioni non sono disposte a concedere.

Il rischio concreto è che il Pd rimanga sulla graticola fino al 2 novembre, data ultima per il ritiro delle dimissioni da parte di Marino. Senza dimenticare che il 5 novembre inizia il processo per Mafia capitale, con tanti ex dem alla sbarra. “Se il sindaco ci chiama per un confronto noi andiamo” assicura Panecaldo. Valeria Baglio, presidente d’aula e vicina al sindaco, allarga: “Scegliere le sorti della Capitale è una responsabilità che deve essere affrontata dal Pd nazionale”. Ossia, serve un segnale di Renzi, quello che Marino chiede da due settimane. Si vocifera che renziani di peso spingano sul premier per un suo intervento. Intanto Gianluca Peciola (Sel) rilancia: “I sindaci non si sfiduciano a distanza, Marino deve venire in aula ed essere ascoltato: se propone un programma valido ci confronteremo”. Ma il tempo corre. Marino ha ancora sette giorni per deporre le armi o restare marziano, fino in fondo.

da il Fatto Quotidiano di martedì 27 ottobre 2015

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