“No alla culture di regime”. Con questa motivazione la Fondazione del Salone del Libro di Torino ha deciso di non invitare l’Arabia Saudita alla prossima edizione della fiera libraria. “Non c’era un invito formale, si era in una fase interlocutoria, non ci pare ci siano elementi per approfondire questa interlocuzione, non ci è mai interessato portare a Torino culture di regime” ha spiegato il direttore editoriale della manifestazione Ernesto Ferrero, al centro delle polemiche anche per la questione dei dati gonfiati sugli ingressi degli ultimi tre anni.

L’edizione 2016, quindi, non ha avrà un ospite d’onore: si punterà invece su alcuni focus, uno dei quali sarà dedicato proprio alla cultura araba dove interverranno anche alcuni autori proveniente da quell’area.

Il dibattito sull’assenza di diritti civili nel paese saudita si è riacceso dopo la diffusione della notizia della condanna alla decapitazione e alla successiva crocifissione di  Ali al Nimr, un ragazzo di 17 anni per aver partecipato a una manifestazione contro il regime saudita.

Il “no” del salone del Libro all’Arabia Saudita si aggiunge ad altre campagne di sensibilizzazione sul tema. Change.org, Amnesty International Italia e l’associazione “Nessuno tocchi Caino” hanno lanciato diverse petizioni per salvare la vita ad Ali Al Nimr.

Queste iniziative hanno provocato la reazione dell’ambasciatore saudita a Roma, Rayed Khalid A. Krimly: “Anche noi potremmo non gradire alcuni aspetti della cultura, della politica o del sistema giuridico italiani, ma non ci troverete ad impartirvi lezioni su come condurre i vostri propri affari. L’Arabia Saudita è un Paese orgogliosamente indipendente e non è mai stato dominato da potenze coloniali. Non è nostro uso interferire negli affari interni di altre nazioni, e certamente non tolleriamo che altri tentino di interferire nei nostri”.

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