In una lettera inviata al Fatto Quotidiano, Beppe Grillo scrive che il populismo è “un atteggiamento sostenibile in politica soltanto se l’attore è al governo”. Aggiunge che la “Lega è populista”, mentre definisce M5s “difficilmente catalogabile” come tale. Abbiamo sentito cosa ne pensano Elisabetta Gualmini, politologa e vicepresidente della Regione Emilia Romagna e Piero Ignazi, professore di Politica comparata dell’Università di Bologna.

Che cos’è davvero il populismo? Per Piero Ignazi, accademico e politologo, è qualcosa di molto diverso dalla definizione comune. Lo stesso Grillo, nel definirlo, lo ha confuso con la demagogia che, si sa, “è una costante dei governi”.

Professor Ignazi, che differenza c’è tra demagogia e populismo?
Demagogia è ciò che, con un termine poco comune, si può definire “politica delle sovrapromesse”: promettere tutto, anche quello che non ci si può permettere, e cercare facili benefici nel breve periodo che però non abbiano alcun impatto sul lungo periodo. È il comportamento delle opposizioni che annunciano “quando saremo al governo faremo grandi cose” o quello di chi cerca di farsi eleggere promettendo ciò che sa già non potrà mantenere.

Il populismo?
È un atteggiamento basato su una mentalità che tende a dividere il mondo in due componenti: i buoni da un lato, i cattivi dall’altro. Con una forte componente moralista secondo cui i cattivi sono corrotti, prepotenti, d’élite mentre tra i buoni c’è il popolo disingannato, maltrattato dall’establishment, dall’élite culturale e mediatica. E l’unico modo per risolvere questa divisione è affidarsi alle virtù taumaturgiche di un capo che interpreta i bisogni della gente comune e sconfigge le pratiche della minoranza che opprime per i suoi interessi. Quindi c’è un leader salvifico e c’è una visione manichea, tra puri e impuri, corrotti e onesti.

A cosa conduce questa visione della realtà?
Al disconoscimento della democrazia rappresentativa, alla nascita di un rapporto diretto tra leader e popolo. Per questo il termine oggi ha un’accezione negativa che indica la democrazia rappresentativa e le leggi come qualcosa di fastidioso. Non contano le norme, non contano le regole nè le istituzioni: solo il volere del popolo, interpretato dal leader. Ma anche la demagogia è un elemento negativo, non virtuoso. Poi c’è il problema di come definire il Movimento 5 stelle. Ho un’opinione molto diversa dalla maggioranza. Non ritengo il Movimento 5 stelle sia populista.

Perché?
Il movimento di Grillo rende omaggio alle regole e alle norme, non pensa di trascenderle. Le vuole cambiare, le vuole modificare, migliorare magari, ma non vuole alterarle o cancellarle nè irriderle. Ne tiene conto. Ha una cultura politica legalistica atipica per i movimenti populisti che, di solito, sono molto più barricadieri. Resta, forse, la visione manichea, quella che nel giudicare atteggiamenti, opinioni, situazioni formula giudizi secondo un’opposizione radicale di vero e falso, bene e male, senza offrire alternative né ammettere sfumature. Però manca nel movimento di Grillo un elemento fondamentale del populismo

Quale?
Il disprezzo della democrazia rappresentativa. Inoltre, è un sostenitore della non violenza e contempla diversi obiettivi, non solo immigrazione e tasse. La Lega, ad esempio è populista, così come lo è stato gran parte di Forza Italia.

E allora perché ci si ostina a definirlo un movimento populista?
Perché è solo un’etichetta facile da applicare.

di Virginia Della Sala

Da Il Fatto Quotidiano del 29 agosto 2015

Aggiornato da Redazione Web il 30 agosto 2015 alle ore 13.18

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