Donne di Fatto

Amnesty: legalizzare il sex work per difendere i diritti umani delle prostitute

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Tra un mese circa, a Dublino, Amnesty International proporrà la depenalizzazione della prostituzione. Depenalizzare equivale a tutelare i diritti umani di decine di migliaia di sex workers che in tutto il mondo subiscono vessazioni, repressione, stigmi e marginalizzazione.

A questa proposta, contenuta in una bozza della quale potete leggere la traduzione in lingua italiana, si sono opposte le abolizioniste, con tanto di testimonial hollywoodiane che hanno firmato una lettera aperta in cui pronunciano parole che altre hanno scritto per loro. Star statunitensi, cis, bianche, ricche, che non hanno neppure letto la bozza di proposta, ché se l’avessero letta avrebbero altro da dire, si permettono di parlare a nome di tutte le sex workers del mondo che invece chiedono la legalizzazione della prostituzione.

La propaganda abolizionista continua a seminare panico con una disonestà intellettuale senza eguali. Paragonano la prostituzione al commercio di organi, come se una prostituta vendesse pezzi di vagina e non una performance, una sorta di intrattenimento, una prestazione, un servizio sessuale al termine del quale gli organi e la pelle della prostituta restano precisamente al proprio posto.

Raccontano balle anche sui paesi in cui la prostituzione è regolarizzata, tipo la Germania, dove esistono sex workers che lavorano senza essere criminalizzate. Usano la propaganda abolizionista puritana del nord Europa, che svende il modello nordico come l’unico utile per salvare le prostitute. In realtà i fatti raccontano altro.

Criminalizzare i clienti significa meno clienti per le prostitute e perciò vuol dire obbligare le sex workers ad accettare anche quelli che normalmente avrebbero rifiutato. Uomini ubriachi, o perfino violenti. Con una scarsa cura per la prevenzione all’HIV. Il modello nordico favorisce molestie e violenze da parte delle polizie. E se anche le prostitute volessero denunciare un caso di stupro avrebbero difficoltà a rivolgersi ai tutori dell’ordine perché altrimenti sarebbero sfrattate e, se straniere, espulse. Perciò il modello nordico, sostanzialmente, supporta le politiche razziste e usa la tutela delle prostitute a pretesto per cacciare via le straniere.

Legalizzare, invece, significa sconfiggere il traffico in mano alle organizzazioni criminali e a dirlo è l’alleanza globale contro la tratta (GLATW). Ma le abolizioniste sono in fase di crociata senza sosta e già che ci sono tirano in ballo la risoluzione europea, non vincolante per gli stati, votata grazie alla censura realizzata contro le conclusioni di ricercatori che pure erano stati chiamati a valutare la questione per conto della Commissione Europea.

Si tira in ballo anche la proposta dei settanta firmatari, tra i/le parlamentari italiani, che propongono di rivedere la legge Merlin, che si spera seguiranno le indicazioni date dalle stesse sex workers.

In tutto ciò Amnesty International è accusata di crimini e misfatti d’ogni tipo e ad essa si rivolge un grande numero di sex workers che continuano a ricordarle che non è alle vip che deve ascolto, né alle abolizioniste, bianche, borghesi, autoritarie, che vorrebbero imporre il proprio punto di vista a tutte le donne negando che alcune scelgano liberamente quel lavoro.

“Ciò che dovrebbe importare alla dirigenza e ai membri di Amnesty sono le forti, crescenti e innegabili prove raccolte da accademici e organizzazioni internazionali come l’ Organizzazione Mondiale della Salute, l’Osservatorio sui Diritti Umani e la Global Alliance Against Traffic in Women che si pronunciano sul fatto che criminalizzare ogni aspetto del sex work rende maggiormente vulnerabili i/le sex worker alla violenza (sessuale o di altro tipo), alla riabilitazione forzata, agli arresti, alle deportazioni e al contagio da HIV.” – scrive il coordinatore del comitato internazionale per i diritti dei/delle sex workers in Europa.

Amnesty deve dare priorità alla voce delle sex workers e non altri che a loro, si scrive ancora sul The Guardian.

Le abolizioniste fanno di tutto per delegittimare le sex workers, negano che esistano quelle di altri paesi, povere, associate per chiedere la decriminalizzazione della prostituzione. Negano che vi sia una differenza tra sfruttamento e lavoro sessuale per libera scelta. Negano perfino che le associazioni a difesa dei diritti delle sex workers siano composte da soggetti che di certo non meritano di essere screditati. Ma d’altro canto cosa ci si può aspettare da chi segue lo stereotipo sessista che giudica ogni penetrazione uno stupro, la vendita di servizi sessuali uguale allo stupro e stupro sarà, forse, anche ogni attività sessuale autonoma tra persone le cui mutande saranno meta d’indagine futura delle abolizioniste.

Un consiglio, per tutte, mai fidarsi di chi parla a nome delle sex workers. Dare voce a loro è cosa ben diversa dell’imporre un punto di vista autoritario e puttanofobo. Di questo, in definitiva, si tratta. Di delegittimazione e invisibilizzazione delle vere istanze dei/delle sex workers. E se non ascolti la voce delle persone che dici di voler difendere, in che consisterebbe, di grazia, questa “difesa”?