Paolo era il fratello bello del marito brutto di Francesca, sposato per opportunità diplomatiche inerenti ai rapporti fra Rimini e Ravenna. Lui single, lei maritata, a sentire Dante, cedettero alla tentazione scaturita dal mix fatale della prossimità dei corpi e della lettura romantica (le imprese di Lancillotto e Ginevra). Ad allestire il fattaccio provvide il Destino.

A Temptation Island ci pensa il Regolamento, che prende sei coppie, le separa e ne spedisce i componenti a convivere con single tentatori. Da lì le tentazioni, ma non quelle torbiducce che ci piacciono, bensì quelle che più stereotipate non si può. Niente sottigliezze psicologiche, niente detto e non detto, niente, insomma di tutto ciò che nella vita corrente costituisce l’arsenale da combattimento di ogni pratica tentatrice. Qui, siamo del resto in televisione, tutto deve essere detto senza sottigliezze (anche i cronisti dai blog da par loro appuntano che Veronica non è riuscita a “fare suo” Cristian) e ogni comportamento deve essere inequivocabile, altrimenti il pubblico si distrae e ti saluto l’auditel.

Siamo, in sostanza, alla versione tv della convenzione di comunicazione insita nei Baci Perugina: un prodotto regalo che già nel nome contiene un’offerta-richiesta (e che, oltretutto, racchiude una cartine con pillole di Lancillotto e Ginevra). Semplicemente ipercalorico per chi non è dell’umore, ma un perfetto innesco tentatore per chi già ci sta.
Si capisce così che gli eroi dell’isola paiano ad alcuni come dei semplici pupazzi, mentre altri li scrutano perché in quei gesti e in quelle parole non “reali” ma da reality intravedono comunque nessi e analogie con la perenne isola delle tentazioni in cui consiste la vita associata.

Su questa linea di demarcazione il pubblico si divide nettamente: innanzitutto fra maschi e femmine perché le prime nel pubblico sono quasi il doppio dei secondi, ma più specificatamente tra le ragazze tra gli otto e i ventiquattro anni e il resto del mondo.

L’ennesima conferma che la preadolescenza e l’adolescenza sono per definizione le età del conformismo e della ribellione, atteggiamenti accomunati dal fatto di affannarsi attorno alle scoperta delle “norme” del branco, non importa se per adottarle o per respingerle. E a questo fine tutto torna utile, anche le dichiarazioni in posa dei palestrati e delle super femmine nell’isola, assunte dalle ragazze come un power point istruttivo per l’utilità degli schemi etici che delinea piuttosto che per il merito e la credibilità delle “storie” da cui traspaiono.

Un approccio “euristico” che sembra scuotere oltre l’usuale misura perfino le figlie degli immigrati, a giudicare dall’inusuale presenza di questi ultimi. I ragazzi per contro partecipano all’ascolto per meno di un terzo rispetto alle loro coetanee rivelando una sostanziale estraneità rispetto alla sofisticata sublimazione del trash praticata dalle loro compagne. Forse perché l’adolescenza è l’età in cui hanno più la testa nel pallone. O forse perché dalla notte dei tempi li addestrano più alla meccanica dell’azione che alla chimica della motivazione. E della tentazione.

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