Da dove viene il segnale d’allarme, da Ventimiglia o dalla Tunisia? Io credo da Ventimiglia e ne ho paura. Sento le ragionevoli obiezioni. Ventimiglia è una indecente ma anche stupida storia di pace. L’attacco in Tunisia è un episodio della guerra feroce del Califfato contro l’Occidente, cioè contro tutti noi. Propongo di rovesciare la portata e il pericolo dei due casi.

Non esiste al mondo terrorismo che non sia stato sconfitto, anche se ha lasciato impronte spaventose. E a meno che sia ancora coperto da segreto. In questi giorni, due gruppi di notizie stanno occupando un solo giornale in Italia (il Fatto Quotidiano) e un solo giornale in Usa (il New York Times). Il Fatto, come sapete, è impegnato a pubblicare ciò che sapeva e che ha detto ai giudici di Palermo l’ambasciatore Fulci, che non si lascia intimidire dall’alta carica di manager privato (presidente della Ferrero) che occupa adesso e che di solito suggerisce benevole e gentili dimenticanze.

Fulci racconta di una mai chiarita vicenda terroristica italiana detta “Falange armata”, legata a una mai chiarita “Gladio”, e spiega le ramificazioni di un’area sommersa e non piccola della vita violenta italiana con aspetti e fili e legami del potere formale. A quel tempo (Anni 70) all’ambasciatore era stato richiesto di sospendere i suoi impegni internazionali per coordinare, in Italia, quello sciame di organizzazioni interne italiane che chiamiamo “i Servizi”. Ciò che Fulci sta dicendo con chiarezza adesso (perché adesso gli viene chiesto al processo sulla trattativa Stato-mafia) dimostra la vastità e la potenza (non il complotto presunto, ma la realtà accertata di un potere che non è né quello eletto né quello delle istituzioni, una sorta di vasto fronte perennemente aperto che dispone di una agile capacità di cambiare obiettivi o di far credere così).

Il New York Times il 25 giugno ha stupito i suoi lettori con questo titolo: “Gli estremisti di casa nostra uccidono, negli Stati Uniti, molto più dei jihadisti”. Lo spunto per quell’articolo (sorprendente per coloro che non seguono il fenomeno a tempo pieno) è la strage avvenuta nei giorni scorsi a Charleston (South Carolina) opera di un “suprematista” bianco. L’articolo dimostra, a partire dalle stragi di movimenti identitari, razzisti e cristiani della seconda metà del Novecento (il fatto più grave e più noto l’esplosione, in orario di lavoro, del Palazzo federale di Oklahoma City, con centinaia di vittime, tra cui i bambini della scuola materna che era ospitata in quell’edificio) che la quantità di atti terroristici di americani contro americani, e il numero delle vittime, hanno sicuramente superato (con un andamento continuativo) ogni minaccia esterna. E che gli attentati di terroristi “cristiani” con motivazioni razziali o religiose (ovvero contro neri, ebrei, protestanti “liberal”) sono un dato dominante della criminalità politica Usa (si pensi alla catena di omicidi e attentati contro i medici abortisti). Ricordare le vicende razziali-religiose americane può essere utile a capire perché Obama rifiuta l’idea di affrontare la nuova violenza islamica con la guerra poiché è evidente che moltiplicherebbe le guerre in corso.

Le vicenda “Falange armata” e “Gladio”, inserite da una voce autorevole nella trattativa Stato-mafia, dimostra a noi italiani che stiamo vivendo contestualmente due tragedie che ci stanno tendendo trappole e pericoli ben più grandi del Califfato e delle sue ricorrenti e disumane esibizioni di terrore.

La prima è la serie di durissimi ostacoli frapposti fra verità e processo Stato-mafia (segnato da continue minacce contro uno dei pm e dalla probabilità che i pochi che scelgono davvero di dire quello che sanno siano in pericolo). Questa prima trappola è protetta (o “coperta”) dalla ripetuta conferma del segreto di Stato al quale, invano ma testardamente e da sempre, solo i Radicali di Pannella si sono opposti e si oppongono.

La seconda è nella mancata manutenzione della nuova costruzione che avrebbe dovuto cambiare il mondo, l’Ue. Anche su questo punto i Radicali restano i soli a denunciare l’abbandono della visione federale di Spinelli, Colorni, Ernesto Rossi, per dare spazio a una misera burocrazia contabile, e lasciare intatti i nazionalismi con tutta la loro dote di false glorie, di banche sicure, e di milioni di morti. Due frasi, quella della presidente del semestre lituano che avrebbe detto a Renzi: “I suoi problemi non ci riguardano”, e il “no” di finto orgoglio e di consistente incapacità di capire del presidente francese Hollande a Ventimiglia e a Calais, ci raccontano la tragedia più grave, quella che davvero ci mette in pericolo e incapaci di fronteggiare nuove sfide selvagge: la vecchiaia egoista e precoce di un’Europa mai nata, che si rivelerà in tutta la sua gravità quando, tra poco, ci diranno che lasciano la Grecia al suo destino. Senza capire che, jihad o no, è un destino di morte per tutti.

il Fatto Quotidiano, 28 giugno 2015

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