“Chi sostiene che si tratta di tre attacchi separati continua a non capire le strategie dello Stato Islamico. Questo è un triplice attentato, voluto, organizzato e pianificato. Dietro c’è grande programmazione e una forte componente simbolica. Ci stanno dicendo che stanno arrivando, o forse che sono già qui”. Marco Lombardi, responsabile di Itstime (Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies) dell’Università Cattolica di Milano, è colpito dalla strategia messa in atto dagli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi per infliggere un nuovo duro colpo ai nemici dell’autoproclamato califfato nel mese sacro per i musulmani: “Hanno scelto il Ramadan come punto di svolta – dice – per compiere un ulteriore passo in avanti nella loro manovra di accerchiamento del Mediterraneo. Sono stati scelti tre obiettivi apparentemente diversi, ma in realtà identici: tutti rappresentano i punti più sensibili dei tre Paesi colpiti dalla violenza jihadista”.

Tunisia, colpire il turismo per preparare il campo alla conquista – A poco più di tre mesi dall’attentato di Tunisi al Museo del Bardo, la Tunisia torna a essere vittima dei kalashnikov di Isis, con un attacco via mare agli alberghi e resort di Sousse che ha causato 38 morti e 36 feriti tra i turisti occidentali. Due azioni ravvicinate, entrambe rivendicate dai miliziani in nero, con l’obiettivo di colpire e mettere in ginocchio il fulcro dell’economia del Paese: il turismo. “Perché il turismo? – continua Lombardi – Non per colpire gli occidentali in vacanza, ma per preparare il campo alla conquista del Paese. L’inevitabile crollo della domanda creerà disoccupazione, disagio e crisi economica, tutti elementi ai quali i movimenti fondamentalisti come Isis si attaccano per mettere radici, come successo in Yemen o Iraq. Se a questo aggiungiamo che la Tunisia è il Paese dal quale proviene il maggior numero di combattenti, capiamo perché lo Stato nordafricano può essere considerato uno degli obiettivi di al-Baghdadi”. Nell’attentato di Tunisi si ritrovano studio dell’obiettivo e messaggio simbolico. “Come spesso accade in questi Paesi – continua l’analista – gli hotel hanno guardie armate all’entrata. Se non si può passare dalla terra, allora, si arriva dal mare. Il messaggio è chiaro: veniamo a prendervi ovunque”.

Francia, un attacco in stile Coulibaly. “Ma poteva essere una strage” – Diverso l’obiettivo, diverso il Paese, ma stesso messaggio. L’attacco alla fabbrica di gas a Saint-Quentin-Fallavier in Isère è mirato a colpire un Paese, la Francia, ancora scosso dall’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo. “Quello della cittadina vicino a Lione – spiega Lombardi – è un attacco totalmente diverso, nella dinamica, da quello tunisino, ma che gioca lo stesso ruolo mediatico e politico. Gli attentatori hanno ucciso e decapitato il datore di lavoro e, poi, hanno dichiarato di aver agito in nome di Isis. Un attacco grossolano, se vogliamo sbagliato perché, con un esplosione, poteva causare molte più vittime, ma sempre dal grande valore simbolico. Questa disorganizzazione potrebbe significare che l’azione non è stata organizzata dal gruppo, bensì attuata da dei lupi solitari. Ed è questa una delle caratteristiche del movimento: sapere di avere un esercito potenziale di simpatizzanti che, stimolati con le giuste tecniche comunicative, possono compiere azioni come questa”.

Kuwait, l’attacco agli sciiti in uno dei paesi più filo-occidentali del Medio Oriente – Anche l’attentato alla moschea sciita Imam al-Sadiq, a Kuwait City, segue le strategie politiche e comunicative programmate dallo Stato Islamico. Un colpo alla comunità sciita di una delle potenze filo-occidentali nel Medio Oriente. “Anche qui è stato scelto l’obiettivo più sensibile del Paese – dice Lombardi – Lo stesso attentato a un pozzo petrolifero o in un mercato non avrebbe avuto lo stesso impatto. Colpire una moschea sciita in Kuwait, invece, risponde perfettamente al messaggio lanciato poco tempo fa dal califfato: noi siamo i difensori dell’Islam sunnita contro gli eretici sciiti”.

Simbolismo e studio degli obiettivi:Così Isis ha accerchiato il Mediterraneo – Quella dello Stato Islamico è una campagna cominciata già da un mese, con un’intensificazione dei messaggi di guerra in varie aree del mondo arabo e musulmano che hanno portato a un processo di accerchiamento del Mediterraneo. I tre attentati del 26 giugno sono solo il colpo a effetto. “Questi attacchi non arrivano in maniera casuale – spiega Lombardi – Si inseriscono in un contesto di ricerca di consenso e di potere che ha portato Isis a mettere nel mirino molti altri Stati. Nei Balcani il richiamo al jihad si è intensificato; è iniziata una nuova campagna militare per la riconquista di Kobane, diventata ormai città simbolo della resistenza curda; in Turchia, in occasione delle elezioni e nella ricorrenza della presa di Costantinopoli da parte dell’esercito ottomano, il 29 maggio 1453, è uscito il primo numero di Kostantiniyye, la rivista di Isis in lingua turca in cui i jihadisti si appellano alla popolazione sunnita per iniziare una lotta contro la democrazia e gli apostati del Paese; in Arabia Saudita, Paese fino a oggi mai toccato dalla violenza dello Stato Islamico, ci sono stati i primi attentati. Se si collegano tutti questi Stati, si vede come l’influenza degli uomini di al-Baghdadi colleghi i Balcani con il Medio Oriente che, a sua volta, si aggancia all’area nordafricana. Una cintura che accerchia il Mediterraneo e l’Europa”. Il tutto senza mai perdere di vista l’elemento simbolico: “Non è un caso sia stato scelto il mese sacro del Ramadan –conclude Lombardi – per compiere questi attacchi e dare una svolta ai piani espansionistici del califfato. E non è un caso che tutti e tre gli attentati siano avvenuti di venerdì, giorno sacro. Isis ha scelto il giorno sacro del mese sacro per lanciare l’ennesima sfida all’Occidente e agli ‘infedeli’”.
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