Esiste ancora il concetto di responsabilità? Nel senso di responsabilità politica, disciplinare o amministrativa? Pare di no, se il processo penale è diventato l’unico confine: tutto quello che non è vietato dalla norma penale è lecito. Una volta, parlando con questo giornale, Gherardo Colombo ha detto: “La verifica penale dovrebbe arrivare per ultima. E forse non è nemmeno la più indicata a risolvere le questioni, perché come effetto ha una sanzione e non l’identificazione di un rimedio che valga in casi analoghi per il futuro”. E poi il giudice non è un’autorità morale, per mestiere accerta l’avvenuta violazione di una legge. Il guaio è che a questo si aggiunge la scomparsa della reputazione: non esiste nessuna sanzione sociale per i comportamenti scorretti. Dunque tutto è posto, finché qualcosa non è “passato in giudicato”.

Infatti si veda dove siamo: due giorni prima delle elezioni la Commissione parlamentare Antimafia fornisce un elenco di candidati “impresentabili” e si scatena il finimondo. Tutti contro tutti e nessuno che si ponga il problema mettendosi dalla parte dei cittadini, che fino a prova contraria sono i primi titolari del diritto di potersi scegliere i propri rappresentati tra persone oneste. Paradossale è che il discorso pubblico sia tutto dentro ai partiti, in termini di vendetta o recriminazione. L’oggetto della discussione diventa il “movente” di chi ha diffuso i nomi e non il fatto in sé. Rosy Bindi è stata crocifissa, accusata di aver messo in atto una rappresaglia contro il rottamatore Renzi. Sia come sia, tutto questo è il contorno e non l’arrosto. Ed è molto interessante concentrarsi sulla questione “rottamazione” perché i candidati a questo turno elettorale per il Pd sono praticamente dappertutto espressione del vecchio sistema di potere. Vuol dire che la rottamazione è un principio variabile, a seconda delle convenienze? Forse vuol dire che era solo uno slogan. Da quel che si era capito, l’intento del premier e segretario dei democratici era rompere un sistema di potere che a lungo aveva governato il partito.

Nella famosa intervista a Scalfari del 1981, Berlinguer dice: La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti

Nel caso di Vincenzo De Luca vale quel che ha scritto Peter Gomez sul Fatto: bastava non candidarlo, date le condizioni di partenza (una condanna in primo grado per abuso d’ufficio e l’imputazione per concussione, truffa e abuso d’ufficio). Invece dirigenti e deputati del Pd che cosa dicevano, solo un paio di mesi fa, per difendere la decisione di candidarlo a governatore della Campania? “Lo hanno scelto i cittadini e in 170mila lo hanno votato. De Luca può non piacere, ma il Pd ha deciso di far selezionare la classe dirigente agli elettori” (Simona Bonafè); “La condizione in cui si trova De Luca era nota a tutti i cittadini campani che lo hanno votato” (Matteo Orfini). Cioè: fatti vostri. E qui si manifesta l’altra faccia dell’irresponsabilità politica.

Nella famosa intervista a Scalfari, Berlinguer dice: “La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. Era il 1981, poco è cambiato.

C’è poi l’incognita dell’affluenza. Alle ultime regionali, nel 2014, in Emilia Romagna e in Calabria l’astensionismo è stato altissimo (con affluenze rispettivamente del 37% e 43%). E’ un segnale terribile: non solo indica la sfiducia del popolo verso i propri rappresentanti, ma anche quell’irresponsabilità politica che ormai è diventata la cifra del governare. Ma a nessuno è importato molto, perché tanto un vincitore c’è comunque  (il premier disse: “l’affluenza è un problema secondario”). “Vincere. E vinceremo”.

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