C’è una prima svolta nella vicenda della Voce di Romagna, il quotidiano locale dove da mesi i giornalisti chiedono il pagamento di quasi un anno e mezzo di stipendi arretrati. La Procura della Repubblica di Rimini ha aperto un fascicolo d’indagine per truffa aggravata ai danni dello Stato a carico dell’amministratore e presidente del giornale, l’imprenditore Giovanni Celli. L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Luca Bertuzzi. Secondo gli accertamenti della Guardia di finanza i contributi pubblici all’editoria percepiti fino al 2011 sarebbero finiti ad altre società, non solo a quella editrice del quotidiano.

Da almeno un anno il giornale romagnolo, che copre le province di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena, ha i conti in rosso e non paga giornalisti, collaboratori e fotografi. Eppure dal 2003 in poi la Voce ha beneficiato di quasi 21 milioni di euro di fondi pubblici. L’ultima quota risale al 2011, ed è pari a oltre un milione e mezzo di euro. Ed è proprio sull’utilizzo di questi soldi che la procura vuole fare luce. Celli infatti è socio unico della Editrice La Voce. Ma la società proprietaria del giornale a sua volta è controllata da un’altra azienda della famiglia Celli, La mia terra, con sede a Verrucchio, nel riminese, e specializzata nella costruzione e nell’acquisto di immobili.

“Non sapevo di essere indagato”, si è limitato a dire Celli ai cronisti che lo hanno contattato. L’indagine è stata annunciata giovedì, durante l’udienza davanti al tribunale fallimentare per il concordato. Lì la procura ha chiesto il fallimento. Intanto, per i lavoratori la situazione sembra ancora lontana da uno sbocco. L’estate scorsa l’interesse dell’avvocato Giampiero Samorì all’acquisto del quotidiano era apparso come la possibilità di far uscire il giornale dal tunnel e di rimettere i bilanci a posto. Ma l’operazione, fortemente sostenuta da Celli, è sfumata, finita nel giro di poche settimane nel nulla, e oggi l’aria in redazione è tesissima.

Anche perché nell’ultimo anno i giornalisti hanno fatto uscire il quotidiano in edicola ogni mattina, senza vedere un euro. Alcuni hanno accumulato 16 mensilità mai pagate. E i sindacati sono sul piede di guerra. Considerando anche che Celli, meno di un anno fa, è stato condannato dal tribunale di Rimini per condotta antisindacale dopo aver licenziato Paolo Facciotto, un componente del comitato di redazione, in seguito reintegrato.

Il 20 febbraio la società editrice ha presentato domanda di concordato, con la richiesta di ridurre il numero dei giornalisti e passare così da 29 persone a 18. Un accordo che sindacati non sono intenzionati ad accettare proprio a causa dei licenziamenti, e di cui si discuterà il 28 maggio in un tavolo convocato in Regione. Non va meglio ad alcuni ex cronisti e direttori, costretti a pagare di tasca propria le parcelle degli avvocati. Da tempo infatti l’editore non sborsa più un euro per le cause in corso e alcuni giornalisti si sono ritrovati con il conto corrente sequestrato e con parte dello stipendio pignorato.

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