In edicola esce puntuale ogni mattina, mentre i suoi giornalisti macinano notizie. Eppure La Voce di Romagna continua a navigare in cattive acque, con redattori e fotografi senza stipendio. Qualcosa però si sta muovendo. Sul quotidiano locale, infatti, ha puntato gli occhi l’avvocato Gianpiero Samorì, il banchiere con la vocazione della politica, amministratore della holding Modena Capitale e leader del movimento di centrodestra Moderati in rivoluzione. È lui uno degli assi nella manica dell’editore Giovanni Celli, che in questi giorni sta cercando di aggregare una cordata di otto o dieci imprenditori disposti a dare un’iniezione di liquidità, saldare i debiti, pagare le buste paga arretrate e rilanciare finanziariamente il quotidiano.

“Noi come Modena Capitale abbiamo dato la nostra adesione: siamo pronti”, spiega a ilfattoquotidiano.it l’avvocato emiliano reduce dal flop alle elezioni Europee e che nel mondo dell’editoria non è proprio un novellino, essendo già proprietario del giornale in crisi Modena Qui e di Tv Qui. “Se si riesce a formare il gruppo, noi siamo disposti a prendere una quota”. La trattativa è partita circa un mese fa, quando Celli, con creditori e sindacati agguerriti alla porta, si è mosso per prendere contatti con diversi imprenditori locali, con l’obiettivo di coinvolgerli nella proprietà del quotidiano. L’operazione però non può ancora dirsi conclusa: l’ultimo incontro tra Celli e Samorì risale a lunedì 14 luglio, ed è finito con un nulla di fatto. “Se si trova l’intesa è questione di 15 giorni”, assicura Samorì.

Del resto Samorì non è tipo da tirarsi indietro. 57 anni, avvocato, professore e imprenditore modenese doc, negli ultimi anni ha collezionato una lunga serie di azzardi in campo finanziario, immobiliare, editoriale e politico. Non sempre finiti in gloria. Cresciuto con la tessera della Dc, due anni fa, quando Berlusconi sembrava arrivato al capolinea, provò a conquistare la guida del Pdl, forte di un rapporto di vecchia data con Marcello Dell’Utri e di una simpatia ricambiata con Emilio Fede. Le primarie del centrodestra alla fine rimasero lettera morta, e così fondò un partito tutto suo, il Mir: decine di migliaia di iscritti dichiarati, diverse sedi in Italia, ma magri risultati elettorali e nemmeno un seggio. Ha fatto parlare di sé anche per l’ assalto al fortino rosso della Bper, la Banca popolare dell’Emilia Romagna, che anni fa tentò di scalare senza successo, e per le sue grane giudiziarie. È stato indagato dalla procura di Roma per il caso Tercas, la Cassa di risparmio di Teramo. Mentre a Bologna, nonostante la richiesta di archiviazione del pm Morena Plazzi, il Gip ha ordinato nei suoi confronti l’imputazione coatta per il reato di accesso abusivo ai sistemi informatici, formulato nell’ambito di un’indagine del 2011.

Ora è a lui che si guarda per portare fuori dal buio il quotidiano romagnolo. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, da alcuni mesi il giornale che copre le province di Rimini, Forlì-Cesena e Ravenna, è in profonda crisi. “La questione stipendi è ancora aperta” conferma Giovanni Rossi, presidente dell’Fnsi, che da tempo sta seguendo la vicenda in prima persona. “I pagamenti avvengono con ritardo e con un meccanismo non chiaro. Sono stati saldati i mesi di novembre e di marzo, ma mancano ancora sei buste paga e la tredicesima”. Per questo giovedì 27 luglio verrà istituito un tavolo in prefettura a Rimini, per discutere del futuro del giornale e del destino dei redattori. Invitati lavoratori, sindacati ed editore, il quale però non ha ancora dato conferma. “Fino adesso qualsiasi richiesta di ricorso agli ammortizzatori sociali è stata respinta. Ora dobbiamo capire – spiega Rossi – se l’azienda ha la possibilità di pagare gli stipendi, se è in grado di restare sul mercato, e se ci sono possibilità di cessione o di entrata di capitali con nuovi soci”.

Intanto, però, il clima nella redazione della Voce è tesissimo e disegnare il giornale non è un’impresa facile. Basti pensare che i collaboratori, quelli rimasti, sono senza compenso da più di un anno ormai: nel 2013 è stato chiesto loro di scrivere gratis. Stessa cosa per i fotografi, che da tempo non vedono un centesimo. Inoltre lo sciopero annunciato all’inizio di maggio è stato ridotto a un unica giornata e ha avuto una scarsissima adesione. A conferma che non tutti i lavoratori condividono la strategia del muro contro muro con l’editore.

Ma non solo. In un editoriale apparso il 30 aprile il direttore Stefano Andreoli, alla guida del giornale dal 2012, ha annunciato le sue dimissioni, facendo riferimento alla grave crisi del giornale. Si è ridotto anche il numero di giornalisti: dei 28 assunti, alcuni, non riuscendo più a scrivere senza percepire lo stipendio, hanno detto addio al quotidiano. E altri stanno pensando di seguire la stessa strada. Nelle ultime settimane poi almeno 3 dipendenti hanno fatto un decreto ingiuntivo per recuperare i crediti, alcuni contratti a tempo determinato non sono stati confermati, mentre il sindacato denuncia un caso di “ferie forzate” seguito da un trasferimento senza motivazione e senza scadenza.