Legami di sangue. È all’insegna delle relazioni più archetipiche che si apre stasera il 68° Festival di Cannes, inaugurato dal film fuori concorso La tête haut (A testa alta) della francese Emmanuelle Bercot seguito dal titolo in concorso Umimachi Diary (My Little Sister) del giapponese Kore-eda Hirokazu.

Seppur diversissimi, i due lavori si accomunano per incentrarsi sulla famiglia come luogo di partenza e arrivo di percorsi tortuosi e scelte talvolta dolorose. Tornare dunque all’essenza, ab origine di ciascuno, da ovunque si arrivi. Va detto che nessuno delle due pellicole brilli per qualità ma anzi, di mediocre se non discutibile valore.

È chiaro che l’esser made in France abbia indotto patron Frémaux a selezionare il film della Bercot come apertura, una decisione altrimenti incomprensibile non solo per la scarsità di originalità cine-linguistica mostrata, ma soprattutto per l’effettiva mancanza – almeno – di un glamour mediatico da cui attingere le attenzioni mondiali. Se l’anno scorso il pur pessimo Grace di Monaco aveva dalla sua la doppia presenza di Nicole Kidman e del limitrofo Principato di Monaco e così nel 2013 Il Grande Gatsby godeva di Leonardo DiCaprio & co, quest’edizione smaccatamente francocentrica ritiene la 71enne Catherine Deneuve (emozionatissima protagonista femminile del film, GUARDA LA FOTOGALLERY) sul Red Carpet un’attrazione sufficientemente forte per i media globali.

Anche perché il giovane Rod Paradot (il vero protagonista del film, peraltro bravissimo) e il semi-divo locale Benoit Magimel non entusiasmano certo le folle. Venendo alla vicenda di La tête haut, vi si racconta di Malony, fanciullo problematico fin dalla tenera età di sei anni ed evidentemente cresciuto sempre più tormentato e violento fino ai 17, età alla quale termina il film. Sua madre tossica e di facili costumi non riesce a contenerlo, mentre si occupa del figlio più piccolo Toni almeno finché i servizi sociali non glielo porteranno via. Malony passa da un riformatorio all’altro passando per prigioni jr. di vario genere, sempre sotto la vigilanza del giudice minorile Catherine Deneuve e la tutela di Magimel. A metà film il ragazzotto decide di redimersi, causa un incidente stradale in cui coinvolge anche il fratellino.

È la Bercot stessa a spiegare che il racconto nasce da una sua esperienza personal-famigliare, avendo uno zio assistente sociale che si occupava di ragazzi disadattati. Qualche tratto (finale) del film riesce anche a commuovere, ma l’emozione dura un battito d’ali per finire nell’inesauribile dimenticatoio. Dopo il buon Father & Son presentato nel 2013, il giapponese Kore-eda rimarca la sua predisposizione ad occuparsi melodrammaticamente dei rapporti famigliari, stavolta concentrandosi su quattro sorelle molto simili alle immortali Piccole donne della Alcott. Le tre maggiori “trovano” la quarta minore al funerale del padre che accomuna il quartetto, generato da madri diverse. Il messaggio è chiaro: il legame sanguigno vince ogni resistenza e tentazione di allontanarsi dalle radici, da cui vanno però estirpate le erbacce, ovvero i peccati originali di pessimi genitori. E nel film non se ne salva uno. 

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