Un film da ascoltare più che da vedere. Il 66° festival di Cannes inizia così, con un paradosso. Ed forse è per questo che negli States – cioè in madrepatria – Il grande Gatsby di Baz Luhrmann sta avendo un andamento schizofrenico: forte al botteghino (54milioni di dollari dal 10 maggio) e debolissimo nei giudizi critici. Insomma, F. Scott Fitzgerald è “altro”, e ciò va detto senza delegittimare l’incontro fra arti e linguaggi. Il punto forte del kolossal tridimensionale del regista australiano – che stasera alle 20 aprirà ufficialmente le danze sulla Croisette, con tanto di sfilata di star – è la colonna sonora, assemblata dal pluripremiato Craig Armostrong, e mescola il meglio della Jazz Age con l’hip pop, il rock, l’elettronica e ovviamente il classico firmato Gershwin. La soundtrack è firmata da nomi che includono Brian Ferry, Lana Del Rey, Fergie with Q Tip and GoonRock, Gotye, Sia and Beyoncé. Un piacere acustico estremo che si accosta a un immaginario leggermente scontato, dopo le imprese compiute dal medesimo autore su Moulin Rouge, che pure aprì Cannes nel 2001: un film travolgente, innovativo e (realmente) coraggioso e senza essere in 3D.

La star del film – Leonardo DiCaprio sempre più convincente in sfumature come in presenza scenica – aveva già lavorato con Luhrmann 17 anni fa in Romeo + Juliet ed è entrato nei panni di Gatsby “commuovendosi per un uomo che potrebbe essere il padrone del nuovo mondo eppure trova la sua massima gioia nel guardare una piccola luce verde”. Così ha dichiarato in conferenza stampa il 39enne attore italo-americano, che inspiegabilmente continua ad essere al centro di cori adoranti da parte delle teenager. “Lavorare con Baz ti fa sentire al centro, ti permette di non rinunciare al sogno più grande”, ha aggiunto mentre il cineasta lo ringraziava di sguardi. Da parte sua, folle tra i folli, il regista ha inanellato una serie di discorsi sul senso di eterno insito nell’opera di Fitzgerald, onorato del fatto che “la nipote di F. Scott è venuta alla prima americana del film persino dal Vermont. Quando mi è stata presentata mi ha dichiarato ‘Voglio proprio vedere cosa hai fatto del libro di mio nonno!’”. 

Solo pochi intimi verranno a conoscenza della verità sulle reazioni della progenie di Fitzgerald, ma tant’è, il festival di Cannes se ne farà una ragione, e domani la giornata di apertura sarà già archivio, lasciando spazio ai titoli in corsa per la Palma d’oro. Premio che Steven Spielberg (coi suoi otto compagni di squadra) vorrebbe dare “a un film che possa essere ricordato nel tempo”. La nobile premessa suona assai spielberghiana, a giudicare dalla sua filmografia. Filmografia che – ironia della sorte – ha mancato un ulteriore e meritato Oscar proprio col suo lavoro più recente, Lincoln, andato invece per la regia ad Ang Lee (per Vita di Pi), anch’egli giurato a Cannes al suo fianco. Il siparietto tra i due era imprescindibile. “Ho adorato Vita di Pi e amo tutti i film di Ang” ha sussurrato Steven, dopo la lunga premessa del cineasta taiwanese rispetto all’ovvia differenza tra la competizione per gli Oscar e la condivisione di una giuria a Cannes. Già, anche perché “in USA si fanno campagne elettorali per ogni cosa”, ha suggellato con sarcasmo il padre di E.T.: sintesi perfetta di un mondo che andrebbe cambiato. Anche attraverso gli occhi dei fabbricanti di cinema.