Una gravidanza agli sgoccioli, ma i genitori chi sono, quelli biologici o la coppia gestante? Parliamo degli embrioni scambiati all’ospedale Sandro Pertini di Roma nel dicembre scorso: a breve, il termine è previsto tra il 12 e il 14 agosto, nasceranno due gemelli, ma prima si andrà in tribunale. È fissata per domani, davanti alla I sezione civile del Tribunale di Roma, l’udienza che dovrà dirimere la tremenda questione: i gemelli, un maschio e una femmina, chi li potrà chiamare “i nostri figli”? I genitori biologici hanno annunciato di voler registrare all’anagrafe i due nascituri, mentre la coppia gestante ha invocato il principio della “madre naturale”.

Purtroppo, il tema è vecchio come il mondo, e letteratura e cinema non se ne sono tenuti alla larga. Basti ricordare, tra le uscite più recenti, I figli della mezzanotte (2013), adattamento del romanzo di Salman Rushdie diretto da Deepa Mehta, nonché Il figlio dell’altra (2012) della francese Lorrain Levy, che effettua lo scambio di pargoli tra Israele e Cisgiordania: alla visita per il servizio di leva, Joseph scopre di non essere il figlio biologico dei suoi genitori, perché alla nascita è stato scambiato per errore con Yacine, palestinese dei territori occupati… 

Ma il film che meglio ha saputo interrogarsi, e interrogarci, sul problema è del giapponese Kore-eda Hirozaku, Father and Son: se l’avete perso in sala, dal 28 agosto sarà disponibile in homevideo. Dalla sua, la forza dell’emotività senza ricatti, l’empatia senza nazionalità, la bontà senza buonismo, e una domanda da ko: chi scegliereste tra il vostro figlio biologico e quello che avete cresciuto per sei anni pensando fosse vostro? Ovvero, qual è la “vera” paternità, quella genetica o piuttosto quella culturale-affettiva?

Un conflitto che in inglese si fa paradossalmente assonanza: Nature (natura) versus Nurture (educazione). Un conflitto a cui però Kore-eda non si vuole rassegnare: “Non è importante solo il legame di sangue, ma la componente temporale-affettiva: il tempo che si passa, si condivide con le persone. Non casualmente, in Giappone ci sono due detti contrastanti: ‘Il sangue ha più peso dell’acqua’ e ‘i genitori che ti hanno cresciuto piuttosto che quelli di sangue’. La verità sta in entrambi”. E il regista, che con Father and Son ha vinto il Premio della Giuria di Cannes 2013, la travasa sullo schermo con grande sensibilità, issandola sulle spalle dell’architetto Ryota, fascinoso, di successo, con una moglie incantevole, la Lexus in garage e una casa strappata alle riviste di design. 

Sì, tutto bene, finché la moglie Midori non riceve una telefonata dall’ospedale dove aveva partorito: Keita, sei anni, non è loro, c’è stato uno scambio di culle, e il figlio “legittimo” è finito in una famiglia meno agiata… “Nel realizzare il film, ho cercato di dare voce alle posizioni e alle emozioni di tutti i personaggi coinvolti, la famiglia di Ryota e pure l’altra, affinché lo spettatore abbia una gamma assortita di opinioni e si trovi coinvolto in un gioco di simulazioni. Non esiste un bene e un male assoluto, non c’è giusto e sbagliato, pertanto ho cercato il bilanciamento, chiedendo ai miei attori di tirare fuori i propri valori, convincimenti, sensazioni: tra sangue e tempo-affettività non scelgo, non potrei. Anziché risposte, offro al pubblico stimoli e prospettive”.

Che non fanno le sentenze, ma possono accompagnare al giudizio. Stemperando le opposizioni tra ricchi e poveri, lavoro e famiglia con ironia e leggerezza, si va inesorabilmente verso la Scelta: di due uno, quale figlio tenere? Viceversa, Ryota pensa di tenersi Keita e prendere pure l’altro, forte della superiorità di censo, ma non va, non può andare, non è giusto. Al contrario, si può stringere il giudizio allargando la famiglia? Ai giudici, soprattutto a loro, l’ardua sentenza.

Il Fatto Quotidiano, 7 Agosto 2014