Non l’hanno presa bene. Molti repubblicani Usa hanno criticato l’incontro a Panama tra Barack Obama e il presidente cubano Raul Castro. “Obama incontra Castro ma rifiuta di incontrare Netanyahu. Perché legittimare il dittatore crudele di un regime repressivo?” ha twittato Jeb Bush, ex-governatore della Florida e probabile candidato alla Casa Bianca. “Un brutale dittatore”, è stata la definizione usata da Marco Rubio, altro presunto candidato, per definire Castro. Espresso il disappunto, spesso l’indignazione e la collera per il riavvicinamento tra Washington e L’Avana, è improbabile che i repubblicani passino dalle parole all’opposizione pratica. Il mondo di relazioni commerciali e affari che l’accordo porta con sé è infatti più forte delle vecchie avversioni ideologiche.

Proprio Marco Rubio è un testimone interessante delle posizioni repubblicane. Figlio di immigrati cubani, nato a Miami, cresciuto in un milieu ferocemente anti-castrista, lancerà la sua campagna presidenziale lunedì 13 marzo dalla Freedom Tower, la torre gialla, dai disegni coloniali, che spicca nel mezzo di Miami. Questa, per un decennio, è stata la Ellis Island del Sud. Ci si raccoglievano gli esuli cubani in fuga da Fidel Castro: nella Freedom Tower ottenevano i primi documenti e cure sanitarie e dentarie gratuite. La scelta ha dunque un significato altamente simbolico, che si riflette nell’op-ed scritto dallo stesso Rubio per la conservatrice “National Review”. “Invitare al summit delle Americhe un brutale dittatore come Castro mina il futuro della democrazia nella regione”, ha spiegato.

Il giovane senatore è andato anche più in là e ha promesso di “considerare tutte le opzioni” per bloccare i finanziamenti alla futura missione diplomatica americana all’Avana. Sulla stessa linea si trova anche l’altro candidato repubblicano alla presidenza, il senatore Ted Cruz, pure lui un cubano-americano con il gusto del gesto politico plateale: abbandonò i funerali di Nelson Mandela quando Raul Castro salì sul podio per ricordare Mandela. Cruz ha parlato di “concessioni pericolose” degli Stati Uniti. “E’ ok sollevare le sanzioni” ha detto Cruz, ma prima bisognava ottenere da Cuba concessioni “in termini di riforma del sistema giudiziario, presenza dell’opposizione ai negoziati, miglioramento nella situazione dei diritti umani sull’isola”.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo. Il ventaglio delle critiche dei leader repubblicani alla mano tesa di Obama è lungo e variegato. Si va dagli strali di Jeb Bush, secondo cui invece di sollevare l’embargo bisognava rafforzarlo, escludendo Cuba dal summit triennale delle Americhe sino a quando questa non firmerà la Inter-American Democratic charter, la carta che riconosce la democrazia come la principale forma di governo; al vecchio falco Lindsay Graham, secondo cui la politica estera di Obama è stata una concessione continua a “dittatori, delinquenti e avversari”. “C’è da sorprendersi – si è chiesto Graham – se sotto lo sguardo di Obama i nostri nemici si sono rafforzati e i nostri amici demoralizzati?”

Oltre la retorica degli annunci e delle proteste, è però improbabile che succeda davvero qualcosa. Circa due terzi degli americani approvano il riavvicinamento a Cuba, mostrava un sondaggio Washington Post/ABC News dello scorso dicembre. Stesso discorso per la fine dell’embargo e la cancellazione delle reciproche restrizioni di viaggio nei due Paesi. I candidati repubblicani possono dunque alzare la voce ora – nel periodo delle primarie, quando è più necessario infiammare la base e rimarcare le differenze ideologiche con il campo avversario. Con l’inizio della campagna vera e propria, quando si tratterà di attirare il voto centrista e moderato, è probabile che la retorica più infuocata lasci il posto ai toni riflessivi. Anche perché per i repubblicani si tratterà già di sparare contro le aperture di Obama all’Iran, che hanno conseguenze strategiche e militari ben più profonde della riapertura dei canali diplomatici con Cuba.

C’è infine il tema dei rapporti economici. “Le proprietà cubane non sono in vendita”, ha ricordato l’ambasciatore dell’Avana in Canada, Julio Garmendia Pena. Al di là dell’orgoglio nazionale, Cuba ha bisogno, per ammissione del suo stesso ministero del commercio, di due miliardi e mezzo di dollari in investimenti annuali per sostenere una crescita del 4%. E le imprese americane sono pronte. Delta, United e American Airlines puntano ad aprire rotte commerciali con l’isola, appena le sanzioni verranno sollevate. American Express e MasterCard lavorano in vista della cancellazione delle restrizioni bancarie. Airbnb ha già cominciato a offrire sul proprio sito 1000 nuovi appartamenti a Cuba. Nell’isola ci sono da sviluppare le strutture turistiche e soprattutto una rete Internet ad alta velocità. Tutte ottime ragioni per scommettere che molto presto l’opposizione ideologica e “di principio” dei repubblicani al vecchio avversario della Guerra Fredda si stempererà in un’attenzione molto più benevola.

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